2022
Giada Franzosi
Istituto Superiore
Giovanni Falcone – Gallarate (VA)
La dea verde
Entro nella nebbia che pare d’incenso.
Il rosone dipinge nell’acqua santa
un angelo caduto dal cielo
che al mio tocco profano affoga.
Lentamente scende
nel nero non astratto
ove vivere è sopravvivere.
Gli occhi si abituano al buio
ma le mani cercano il cielo
nella speranza che quel velo di azzurro
si faccia profezia.
Pregavo Lei, dea verde onnipotente,
e quando ascoltai il mio respiro
una bolla uscì dall’acqua.
Serena Zappalà
Istituto Istruzione Superiore
Enrico De Nicola – San Giovanni La punta (CT)
Senza titolo
Maledico questa vita
per essere stata troppo buona con me.
Meritavo di peggio,
soffrire era il passaggio.
Ed ho sopportato grida per anni,
senza danni né tagli.
La mia rivincita me la sono presa:
ho aspettato quel momento glorioso,
urla e applausi ad acclamarmi.
Ma tutto si spense,
vuote ormai le dispense.
Come quelle mattine di giugno,
in mare,
traslocare nei pensieri,
viaggiare per ritrovare se stessi,
fare sbagli,
preparare bagagli.
E’ come se il cuore andasse a mille,
tra quelle verdi foglie,
tra quella luce che riflette
ogni singolo attimo.
E’ come quando fai qualcosa
di rumoroso,
per la prima volta,
amarsi davvero ogni giorno,
lottare per ogni ricordo.
E’ come quando tutto si sistema,
cambiare qualcosa,
sbagliare posa,
sfogliare le pagine di quel libro ingiallito,
non lo vedevi da tanto.
Luca Mazzarini
Istituto Istruzione Superiore
Copernico Carpeggiani – Ferrara
Rovina di oro e fuoco
Estese foreste, esili mani rivolte al cielo.
Grandi laghi e lunghi fiumi, crateri, reminiscenze.
La vita che fa un passo indietro,
la morte si innalza, raggiunge le nuvole
Piangono per tale rovina sfogandosi sulla Terra,
come pugni e calci, disfando il creato.
Esce la polvere d’oro, ricopre la Terra,
Il verde soverchiato dal macabro oro.
Vogliono un colpevole, una soluzione.
Il responsabile che intossica e trucida la sua casa.
Non per sopravvivere, ma per puro piacere,
una specie sadica che non risparmia sofferenze,
un serpente che si mangia la coda.
Manda al massacro tutti i suoi simili,
con loro solo il fuoco e degli ordini di sangue.
Lontano dalle loro famiglie in un lontano campo.
Resteranno lì, tra il veleno, il metallo e il sangue
Luca Previati
Istituto Istruzione Superiore
Copernico Carpeggiani – Ferrara
Un mare
Occhi grandi spalancati
fissano l’orizzonte
nell’immenso scuro mare.
Mani fredde si stringono forte
nel buio della notte.
Corpi tremanti
come fili d’erba al vento
sono scossi dalle onde.
Nei cuori ghiacciati
un fuoco arde, la speranza
di una vita migliore.
La gioia della terra
non sarà per tutti,
alcuni li inghiottirà il mare
trascinandoli con sé nelle acque profonde,
dove i loro sogni resteranno
come un tesoro
per chi saprà capire.
Miriam Lanni
Istituto Istruzione Superiore
Caterina da Siena – Milano
Scrivere una poesia
Scrivere una poesia
è come liberare qualcosa
che già esiste
nel profondo del nostro cuore.
Serve solo una scintilla
per farle prendere vita
e manifestarsi,
a noi stessi, agli altri.
Un luogo, una persona, un’emozione, un instante…
Un ricordo che ha messo le radici
nei meandri della memoria
e riaffiora lucidamente
solo quando chiudiamo gli occhi.
A volte ricordare fa male.
Eppure la parola scritta
è come una medicina:
fa scendere lacrime dolci,
fa capire e accettare un dolore
che neanche il tempo può guarire.
Perché il dolore non può svanire.
Si può solo imparare a conviverci
e trasformarlo in consapevolezza.
Scrivere una poesia
è curare la propria anima
rendendola trasparente a se stessi
e un po’ più visibile agli altri.
E’ confessare paure,
rivivere sensazioni
e scoprire di avere la forza
per andare avanti.
Scrivere è catturare la felicità
affinché il tempo non possa cancellarla
né affievolirne i colori, i profumi e i sapori…
Accettare e accettarsi.
Curare e curarsi.
Amare e amarsi.
Questa è poesia.
Marisa Gobbo
Istituto Istruzione Superiore
Maserati – Voghera (PV)
La speranza è l’ultima a morire
A Katrina pareva di camminare sul mare. Vibrando per l’aria fredda della notte, alla quale non era più abituata, passo passo, osservava i rigagnoli della pioggia infilarsi nelle fessure ordinate del terreno: ormai l’acqua era così abbondante e spessa che diventava impossibile seguire la strada. Guardava in basso, ostinata, come al solito, come se fosse alla ricerca di una moneta, o qualcosa di più prezioso; infatti, anche se errata, una tale congettura sarebbe persa più che plausibile a occhi esterni: Katrina sentiva una certa ansia nelle sue passeggiate notturne e non si curava affatto degli allarmi antiaerei. Infine giunse alla stazione, che a quell’ora era pressochè deserta. Poggiava allora la valigia al riparo dall’acqua e tirava una sigaretta. L’anziana senza nome né casa le si accostava, e le parlava brevemente a bassa voce: “Allora, oggi va?” “Si. O no forse no. Verrà qui lui. Sì. No. No, l’aspetto soltanto. Poi se non arriva…”. L’anziana scosse la testa mentalmente come ogni notte. “Si figuri!” rise Katrina. “Si figuri se parto. Potrebbe arrivare sullo stesso treno che andrei a prendere. Lui scende e io salgo, e addio! Non ci vedremmo. Lui è un uomo distratto e io più di lui. No, no! Meglio aspettare.” L’anziana buonanima divideva un goccio e taceva. Di quando in quando tiravano qualche maceria verso le rotaie più distanti, come due bambine sulla riva di un lago: in quel modo si ingannava l’attesa fino a quando le ultime forze non la abbandonarono, e giaceva in riposo accanto alla valigia, scomoda, ma pacifica.
“Ha dormito fuori anche stanotte? Eh via, si prenderà un malanno!” Andrij accorse apprensivo alla porta di casa al battere leggero sull’uscio. Katrina pareva più emozionata del solito e, nonostante un suo lieve imbarazzo, lasciò il cappotto al padrone di casa. Andrij era un adoloscente o poco più. I tratti quadrati del viso ingannavano la sua età, che si aggirava sui venticinque anni. Viveva con la madre nella casa di famiglia e da qualche tempo affittava una stanza per arrotondare il magro stipendio. Katrina pagava giornalmente, mangiava in loro compagnia, la sera si intratteneva di rado, si coricava, e la notte spariva.
La padrona ignorava le abitudini della sua ospite, o forse le sospettava. chiedendosi tuttavia in una buona indifferenza dettata dal suo carattere modesto. Pareva una buona madre, silenziosa ed introversa nelle sue solite abitudini sicchè non vi era mai stata occasione per socializzare; a Katrina andava più che bene. Dopo otto giorni però, Sofya, la padrona, non aveva tenuto a freno la curiosità: durante la cena accompagnata da solo il rumore delle padelle, infatti, chiese alla giovane: “Eh bene, da dove arrivate?”. Katrina, colta di sorpresa, poggiò il cucchiaio sul piatto “Io? Eh signora mia. Se ricordassi quel nome…”. “Lei è astuta” fece Sofya ridendo sommessamente.
Andrij ascoltava attentamente, illuminato da una strana curiosità. Aveva avuto numerosi ospiti durante l’anno, alcuni soldati diretti al fronte, ma mai pensava, un personaggio tanto strano. “Però dall’est. Con il treno” e più non disse.
La notte stessa Andrij insistette per accompagnarla fuori, perchè in cuor suo si era ormai affezionato a quello sguardo assente e a quell’allegria forzata. Qualunque cosa avesse nel cuore, si disse lui, quella sera l’avrebbe lasciata da parte. Fu con questa intenzione che le strinse la mano tra i guanti in
pelle lungo le strade della città. La diresse in un piccolo bar, vicino al fiume interno, con un entusiasmo così infantile e puro che Katrina non si sognò di dissentire. Un uomo si mosse verso di loro e abbracciò Andrij con fare paterno. Un amico, lo presentò Andrij, spogliandosi del cappotto. La musica era alta, la vodka scorreva a fiumi. Quelle scale poi, quelle scale di ferro parevano interminabili. Katrina perse l’equilibrio diverse volte, sorretta dai due ragazzi. Sentiva il bisogno di fumare e fu accontentata, volle altra vodka e fu accontentata.
“Il mio fidanzato sta tornando… Aspettate…” “No, no! Dico davvero. E dove va se non mi trova là? Figuaratevi, figurati pure tu Andrij, lui scende dal treno… No. no! Devo andare ora. Grazie.”
Andrij se ne andò vergognandosi, mentre la ragazza si alzava in fretta e ciondolava verso le scale poco illuminate. Katrina si diresse verso la stazione, Dio solo sa come, barcollando, ubriaca e innamorata. L’anziana senza nome la riconobbe nella nebbia offuscata e le venne incontro: “Allora, oggi va?” fece con ormai tono di scherno. “No, oggi no, aspetterò qua, l’esercito rientra dal fronte.” Nel pomeriggio giunse il treno e Katrina, speranzosa di rivedere Viktor, attese l’amato sulla banchina; la gente scendeva ma del suo amato nemmeno l’ombra. Katrina attese minuti e ore, ma nessuno giungeva.
Sconsolata e senza speranza, Katrina fece dietro front per tornare a quello che rimaneva della sua dimora, violentemente colpita dai bombardamenti, ma quello che la attendeva era solo l’inizio di una nuova speranza…
Andrea Quarenghi
Istituto Istruzione Superiore
Albert Einstein – Vimercate (MB)
“In punta di piedi”
A Emily e Patrizia, un passo per volta.
“Purtroppo, Emily è molto grave. Ha fratture multiple, un profondo ematoma cerebrale, ma quello che ci preoccupa di più…” Non sento più niente. Vedo il medico che muove le labbra, ma non ascolto. Ora sono su una panchina nel giardino dell’ospedale, con la testa fra le mani. Mille pensieri si accavallano nella mia mente, mille ricordi affiorano. Ti rivedo piccola mentre balli al saggio di fine anno della scuola di danza. Avevi invitato tutti i tuoi compagni di classe e, di conseguenza, anche me. I tuoi lunghissimi capelli neri si ribellavano all’acconciatura troppo seriosa da ballerina classica e vederti danzare sulle punte è stata per me una sorpresa. Ora sei immobile in un letto di terapia intensiva, incosciente, con i capelli cortissimi, che, comunque, sfuggono dalle bende che ti incorniciano il volto pallidissimo. La domenica era un piacere sentirti cantare nel coro della chiesa. Mi ricordo bene che volevi partecipare ad “Amici”. Ora un tubo ti aiuta a respirare e il tempo è scandito non più dai tuoi gorgheggi, ma da un sinistro sibilo meccanico.
“Andrea, Andrea!” Qualcuno mi chiama. Mi scuoto dal mio torpore e mi guardo intorno. Vedo, in controluce, una sagoma. Appena i miei occhi si abituano alla nuova luce, scorgo una ragazza. Non potrei dirne l’età, forse ha i miei stessi anni, forse qualcuno di più. Non è una bellezza sconvolgente, ma attira comunque la mia attenzione, sicuramente la mia curiosità. E’ vestita di bianco e ha i capelli raccolti in una lunga treccia. Mi si siede accanto e comincia a fissarmi. Sono sicuro di non averla mai vista, ma percepisco che lei, invece, è completamente a suo agio e si comporta come se fossimo amici da tanto tempo. “Ho saputo di Emily. Quello che le è accaduto è veramente terribile.” Anche lei conosce Emily e sa dell’incidente. Quindi mi conosce tramite lei? Io proprio non ricordo. “Ascolta, andiamo a farci un giro. Stare qui, disperato, con la testa fra le mani, non serve proprio a nessuno”. Vorrei dirle di no; non posso entrare in rianimazione, ma stare qui, a pochi passi da quella maledetta stanza, mi aiuta a sentirmi più vicino alla mia amica. Ma non riesco. Il suo sorriso è ammaliante, mi tranquillizza, mi dona un senso di pace estremo e, quindi, la seguo. Camminiamo in silenzio per alcuni minuti, fino a quando incontriamo una giovane coppia. Ci accostiamo e ascoltiamo i loro discorsi. Scopro che aspettano un bambino, l’hanno appena saputo. Sono felicissimi, le loro parole sono piene di aspettative e stanno facendo mille progetti. Ma la cosa che esprimono di più entrambi, è il desiderio che la nuova creatura sia felice e sana. La mia accompagnatrice sorride, sembra a suo agio, mentre ascolta questi discorsi ricchi di positività. Proseguiamo la nostra passeggiata. “Sai, quella giovane coppia, l’anno scorso, ha avuto un brutto lutto. Purtroppo, hanno perso un bambino; hanno passato dei momenti terribili, ma non si sono mai abbattuti, si sono fatti forza l’uno con l’altro e, adesso, aspettano nuovamente una creatura. Anzi, loro non lo sanno ancora, ma saranno due stupendi gemelli!” La guardo incuriosito. Come fa a sapere che saranno due gemelli se loro stessi non lo sanno? “Vieni ti porto in un posto” Mi ritrovo in un canile. Ci sono tante persone, famiglie con bambini piccoli, ragazzi, giovani coppie. Tutti sono lì per adottare un amico peloso e dargli una nuova famiglia. Le gabbie dove ci sono più persone sono quelle dei cuccioli. Piccoli batuffoli di pelo che ispirano tenerezza. Saltano, scodinzolano ed emettono gioiosi guaiti e, ben presto, lasciano la struttura in braccio al loro nuovo padrone. In un angolo, però, c’è una gabbia e, dentro, nascosto alla vista dei più, sdraiato su di un tappeto usurato, un cane, ormai non più giovane. Ha il pelo arruffato, gli occhi stanchi di chi ormai ha visto tante persone passargli davanti senza fermarsi, tante persone guardarlo senza mai vederlo. La sua vista mi stringe il cuore, la sua rassegnazione mi strazia l’anima. La mia amica si avvicina e lo chiama con un sussurro; lui si alza, svogliatamente, e la sua coda comincia timidamente a scodinzolare. Trascina una zampetta. Man mano che la mia amica gli parla, penserete che sia pazzo, vedo i suoi occhi cominciare a brillare di una nuova luce. Ora la mia accompagnatrice lo accarezza e si scosta leggermente. In
fondo alla stanza, un responsabile della struttura accompagna una mamma col suo bambino proprio davanti a quella gabbia. Lo sento dire “Siete sicuri di volere proprio lui? E’ un cane non più giovanissimo e ha avuto un incidente che gli ha causato la perdita di una zampa. Non potrà più correre….” A quel punto, il bambino alza una gamba dei pantaloni e mostra il tutore che gli consente di camminare. “Nemmeno io posso correre, ma ci faremo ugualmente compagnia e ci daremo tanto amore” Poi entra nella gabbia, abbraccia il suo nuovo amico, gli mette un guinzaglio nuovissimo e, insieme, escono dal canile. Guardo la mia amica. Ovviamente sorride. “Vieni, andiamo.” Mi ritrovo, non so come, in una struttura per anziani. Un signore distinto e con l’aspetto altero è seduto accanto a una delle finestre della sua camera. E’ orario di visita e il suo compagno di stanza è nel salone principale con tutta la sua famiglia. Ogni settimana i suoi figli vengono a trovarlo e gli portano i numerosi nipotini. Urla, risatine, a volte anche pianti, che fastidio immenso! Eppure, nel profondo, anche lui vorrebbe che una volta, una volta al mese, non tutte le settimane, anche sua figlia venisse a trovarlo e gli portasse i suoi nipoti. Invece, lei abita all’estero, ha un lavoro importante, non può spostarsi. E così lui rimane solo, giorno dopo giorno, a fissare il paesaggio che cambia al cambio delle stagioni. La mia amica gli si accosta e gli mette una mano sulla spalla. I due si guardano profondamente negli occhi e sembra quasi si parlino senza muovere le labbra. Ad un certo punto, il dialogo silenzioso si interrompe; l’uomo si volta verso di me, che sono rimasto sulla porta, ma non mi vede. Il suo sguardo si è fissato su una donna elegante e curata, che tiene per mano due bambini. “Ciao papà. Ho avuto un trasferimento. Torno in Italia e tu verrai ad abitare con noi. Giusto il tempo di sistemare alcune carte e potrai lasciare la casa di riposo. Questi sono Luca e Matteo, i tuoi nipoti, li hai conosciuti per telefono. Ora puoi abbracciarli, finalmente!” Guardo nuovamente la mia amica. Sono esterrefatto. Sembra che, dove ci sia lei, dalle situazioni più tristi, nasca qualcosa di buono. Lei, ovviamente, sorride e mi fa l’occhiolino. “Vieni, proseguiamo.” Sono di nuovo in ospedale, ma in un reparto diverso da quello in cui Emily lotta per la vita. Una coppia di genitori è seduta accanto al letto del figlio. Si vede che sono disperati. Si tengono stretti in un abbraccio e tentano di farsi forza. Entra un medico, il suo sguardo è stanco. “Signori, è ora. Se volete vi lascio ancora alcuni minuti per salutarlo.” I due genitori lo guardano, smettono di piangere e accennano un sorriso, quasi lo volessero ringraziare per quello che ha tentato e per quello che sta per fare. La mamma abbraccia per l’ultima volta il figlio inerme, mentre il padre gli scompiglia i capelli. “Buon viaggio figlio mio, aspettaci. Il tempo passerà veloce per te e, in men che non si dica, ci potremo riunire.” Fanno un cenno al medico, che si avvicina al letto, e che, con l’aiuto di un’infermiera, toglie il tubo dalla trachea del ragazzo. Quello stesso tubo che, qualche stanza più in là, tiene in vita Emily!. Il macchinario emette un forte fischio, poi più nulla. Ora nella stanza entrano altri medici, prendono il corpo del ragazzo e lo portano in sala operatoria. I genitori si fanno piccoli ed escono dalla camera, piegati dal dolore, ma comunque, con tanta dignità. Io non capisco. La mia accompagnatrice questa volta non sorride, ma si incammina silenziosa lungo il corridoio. Entra in un’altra stanza, dove altri due genitori sono al capezzale di una giovane donna. Arriva anche lo stesso medico che ho visto poco fa. Il suo sguardo è diverso, più sereno. Mentre la mia amica si posiziona dietro alla coppia, lui comincia a parlare “Vi devo dare una splendida notizia. E’ diventato disponibile un fegato compatibile con vostra figlia. Possiamo operarla subito, con ottime possibilità di riuscita dell’intervento. Mi sento di dire che sono ottimista.” I due genitori scoppiano in un pianto liberatorio, e anch’io, devo ammetterlo, stento a trattenere le lacrime. Quante emozioni oggi! Guardo la mia amica e noto anche in lei una certa commozione. Per la prima volta, dopo svariate ore, la sento parlare: “Vedi? Le cose brutte accadono, è inevitabile, ma bisogna sempre farsi forza, andare avanti e cercare di trasformare quanto di triste ci succede in qualcosa di positivo. Questa ragazza aspettava un trapianto da anni, c’erano ormai poche possibilità di salvarla. Grazie alla generosità di quei due genitori, potrà vivere una vita lunga e felice. Devi solo ricordarti di non perdermi mai.” “Di non perderti mai!?!?!?! Ma se non so nemmeno come ti chiami!” Trovo finalmente il coraggio di dirlo! “Ma come? Non hai ancora capito chi sono? Mi chiamo Elpis.” Elpis? E chi sarebbe questa Elpis…e poi che nome è Elpis?
“Andrea, Andrea!” mi sento chiamare. La mia misteriosa amica è scomparsa, ma al suo posto trovo il ragazzo di Emily. “Corri. Emily si è risvegliata dal coma. E’ ancora intubata, ma reagisce agli stimoli!”
Corro come un pazzo da Emily, suscitando il disappunto della capo infermiera. Non posso entrare in camera ma posso vederla da una vetrata. Mi guarda e sembra sorridermi. Le faccio un timido saluto. Ora piango copiosamente, così mi volto; non voglio che mi veda in queste condizioni proprio ora che il peggio è passato. Mi avvio verso casa. Qui non posso fare nulla, ma tornerò presto a trovarla, quando starà meglio e potrà parlare. Ci vorrà tempo, ma sono sicuro che succederà più presto di quanto si pensi. Arrivato a casa accendo il computer. Sono curioso di capire che razza di nome è Elpis. E mentre leggo “Nella mitologia greca, Elpìs (in greco antico: ἐλπίς, ἐλπίδος) era la personificazione dello spirito della speranza.” una voce mi risuona nella testa “mi raccomando non perdermi mai!”. Sorrido.
Martina Teresa Calmanti
Istituto Tecnico Tecnologico
Marconi – Forlì
Il sogno di Enrico
Tanto tempo fa, in una piccolo paese sperduto di nome Caterpopoli, vivevano numerosi invertebrati e tra questi c’era il lombrico Enrico. In questo villaggio la popolazione era composta da bruchi che prima o poi sarebbero diventati splendide farfalle ed Enrico era l’unico diverso. Egli, non essendo un bruco, veniva preso in giro perché non sarebbe mai diventato una farfalla e soffriva molto perché nessuno lo voleva come amico. Mancava sempre meno tempo alla Stagione dei Bozzoli, durante la quale quasi tutti i bruchi si sarebbero chiusi in una crisalide in modo tale da far avvenire la metamorfosi. Quando la Stagione dei Bozzoli arrivò, la città divenne deserta ed Enrico si sentiva ancora più solo di prima. Una mattina, mentre stava passeggiando sconsolato lungo la strada principale di Caterpopoli, vide in lontananza un piccolo carretto trainato da uno strano uccello con un becco molto lungo. Incuriosito, decise di andargli in contro. Non appena arrivò in prossimità del carretto, il volatile gli si avvicinò e disse: “Ciao, io sono Sergio il picchio, posso aiutarti? Come mai non hai ancora fatto la tua crisalide? Da quel che so è questa la stagione.” A quel punto Enrico, con un tono di voce molto triste, rispose: “Mi chiamo Enrico e non farò mai una crisalide, purtroppo sono nato lombrico.” Il picchio continuò: “Penso di poterti aiutare, io giro il mondo e vendo intrugli e pozioni, forse nel mio carretto ho qualcosa che potrebbe aiutarti.” Enrico, a questa proposta, scoppiò di gioia e sentì dentro di sé che la sua speranza di poter diventare una bellissima farfalla si era riaccesa all’improvviso. “Ecco trovato!” esclamò Sergio. “Bevi questa e domani ti sveglierai con delle splendide ali.” Il lombrico bevve la pozione tutta d’un sorso ed appena la finì il picchio esclamò: “Bene, sono 100 monete.” Enrico, stupito, rispose: “100 monete?! Ma io non ho tutti questi soldi! A dir la verità non ho proprio soldi con me, come posso risarcire il mio debito?” Quando Sergio il picchio udì queste parole si spazientì e andò su tutte le furie: “Non puoi risarcirmi se non con le monete richieste e se non me le consegnerai immediatamente sarai colpito da una terribile maledizione che ti perseguiterà per tutta la vita!”. Enrico gli ripeté che non aveva soldi con lui ed era desolato per questo motivo, ma il picchio non volle sapere più nulla e se ne andò lanciando una maledizione sul povero lombrico. Enrico non era un invertebrato scaramantico, non credette alle parole del picchio e se ne andò a casa a dormire. La mattina seguente si svegliò tranquillo, ma in poco tempo si rese conto di non essere diventato una farfalla come gli era stato promesso e di non trovarsi nemmeno a casa sua, ma in un grande prato del quale non si riusciva a vedere la fine. A quel punto il lombrico andò in panico e iniziò ad urlare disperato. Le sue urla attirarono l’attenzione di un piccolo esserino alato che gli si avvicinò e con un tono di voce calmo e gentile gli chiese “Ehi! Ti ho sentito urlare, tutto
bene? Non ti ho mai visto da queste parti. Piacere di conoscerti, io mi chiamo Marlù e sono una fata.” “Piacere di conoscerti Marlù, io sono Enrico il lombrico, vengo da Caterpopoli e non so dove mi trovo.” La fatina rispose “Ti trovi nel grande campo delle margherite blu. Ma come ci sei arrivato fin qua?” Il lombrico, ancora molto spaventato, le spiegò: “Il mio sogno è sempre stato quello di diventare una farfalla, ma essendo un lombrico non lo potrò mai essere. Ieri uno strano individuo di nome Sergio il picchio mi propose di prebdere una delle sue pozioni per diventare una farfalla; io la bevvi, ma non avevo i soldi per pagarla e lui mi scagliò contro una maledizione. Solitamente non credo a questo tipo di cose, ma da oggi in poi ci crederò, eccome! Non so come fare, puoi aiutarmi ad arrivare a casa?”. Marlù rispose: “Il massimo che posso fare è accompagnarti alla città di Magicland. Lì troveremo sicuramente qualcuno che potrà aiutarti!”, “Oh! Marlù, non sai quanto ti sono grato! Forza, partiamo subito.” Iniziò così il loro viaggio verso la lontana città di Magicland. Camminarono giorni e giorni senza incontrare anima viva, nel loro cammino erano presenti solo lo stretto sentiero sassoso e molta, moltissima erba alta, attraverso la quale non si riusciva a vedere nulla. Durante una giornata molto piovosa, in lontananza avvistarono una casa in legno. Dal camino della casa fuoriusciva del fumo e da una finestrella si intravedeva una luce, il che stava a significare che era abitata da qualcuno ed era una bella fortuna per Marlù e Enrico, in quanto fuori il tempo non faceva che peggiorare. Giunti all’abitazione bussarono alla porta. Aprì un ometto dalla forma gnomica: “Buon pomeriggio” disse l’uomo, “Ciao, noi siamo Marlù ed Enrico e vorremmo chiederle se possiamo fermarci qui da lei per un po’ di tempo, almeno finché non passa questo brutto temporale.” disse Marlù. “Certamente, entrate pure e fate come se foste a casa vostra!”. E così iniziarono a parlare tutti e tre. “Io sono Narciso, sono uno gnomo. Non ricevo tante visite e mi fa molto piacere avervi qui con me. Ma cosa vi porta da queste parti?” e così Enrico e Marlù gli narrarono la loro avventura. Ad un certo punto, mentre Enrico stava raccontando della sua impossibilità di trasformarsi in farfalla, lo gnomo Narciso lo fermò bruscamente: “Enrico, scusa se ti interrompo, ma io sono uno studioso appassionato di invertebrati, sei consapevole di non essere un lombrico?” Marlù e l’invertebrato rimasero molto colpiti da questa affermazione: “Come? Non sono un lombrico? È da tutta la vita che mi dicono il contrario. E poi: guardami, sono brutto, rosa e viscido!”. “So che è difficile da accettare, ma tu sei un bruco! Sei diverso dagli altri perché appartieni ad una specie molto rara, quasi estinta. Non sei come la maggioranza dei bruchi, la tua specie non compie la metamorfosi in periodi precisi della vita, e quando accade significa che sei cresciuto a livello interiore. Mi spiego?”. Enrico non riusciva a crederci e così continuarono a parlare per ore di questo argomento, finché ad un certo punto
non si fece notte e lui e la sua amica decisero di rimanere a dormire lì insieme a Narciso. La mattina seguente salutarono il loro nuovo amico gnomo e lo ringraziarono fortemente perché grazie a lui Enrico aveva recuperato la fiducia in se stesso, acquisizione necessaria per proseguire il suo viaggio. I giorni seguenti furono soleggiati e riuscirono a giungere alla città di Magicland in poco tempo. Appena arrivati, i due amici notarono subito una scena terribile: c’era un lombrico, molto simile ad Enrico, con un gruppo di tre bruchi più grandi di lui, ma non stavano giocando insieme. I bruchi stavano prendendo in giro il piccolo lombrico, esattamente come nella città di Caterpopoli succedeva ad Enrico. Immediatamente egli strisciò verso il gruppetto ed urlò: “Lasciatelo stare! Non vi ha fatto nulla di male, non vedete com’è piccolo e indifeso? Prendetevela con gli invertebrati della vostra stessa stazza!” A quel punto uno dei tre bruchi gli disse “Credi di farci paura? Siamo tre contro uno e tu sei solo un povero lombrico che non diventerà mai una farfa…” Il bruco cattivo si fermò di colpo. Attorno ad Enrico si stava formando un’aurea di luce fortissima. La piccola creatura invertebrata iniziò a fluttuare, mentre la luminosità diventava sempre più intensa. Ad un tratto la luce si suddivise in una moltitudine di piccole stelle e proprio in corrispondenza di Enrico una creatura stupenda e piena di colori risplendette in mezzo alla scia luccicante. Enrico aveva completato la sua metamorfosi. Quando ridiscese a terra i tre bruchi bulli erano molto spaventati: nessuno di loro aveva mai visto nulla di simile e di così bello. Chiesero scusa al piccolo lombrico e scapparono via terrorizzati. Enrico, a quel punto, si girò verso il piccolo lombrico e gli domandò se andasse tutto bene. L’altro rispose “Sì, grazie mille. Fino ad oggi nessuno aveva mai fatto niente per aiutarmi, quando capitava che qualcuno mi prendesse di mira con battute dal linguaggio pesante e scherzi di cattivo gusto. Te ne sono molto grato.” Ed il nuovo Enrico gli rispose: “Anch’io venivo preso in giro spesso perché non sarei mai diventato una farfalla, eppure eccomi qua. Mio piccolo amico, continua sempre a sperare e fidati di ciò che potrà accadere domani. Quando meno te lo aspetti, ti potrà succedere qualcosa di straordinario.” Dopo questo episodio Enrico decise di proseguire a girare il mondo insieme a Marlù, con l’obiettivo di aiutare più esseri possibili nel continuare a credere nei propri sogni, anche quando sembrano irraggiungibili.
Questa è la storia di Enrico, l‘ormai “non più lombrico”.
Chiara Rita Brunetti, Alessia Cofano
Istituto Istruzione Superiore
Salvemini – Brindisi
Boubacar
La fame, la terra negli occhi, l’acqua che manca per gran parte della settimana: questa era la mia normalità. Non volevo mica partire. Se avessi trovato un lavoro a Dakar sarei rimasto con la mia famiglia, ma non riuscivo a sognare, non riuscivo a vedere il mio futuro lì.
Mio cugino, in Italia da qualche anno, mi aveva consigliato di partire e raggiungerlo a Bari. Mi avrebbe aiutato lui, diceva… Non avevo grandi desideri, non sapevo cosa aspettarmi dall’Italia. Speravo solo di essere felice.
– “Dì che hai 17 anni” – si raccomandò mio cugino.
Non ero mai uscito dal mio paese, quello verso l’Italia era un viaggio di scoperta e di speranza, in compagnia di tanti uomini che lasciavano mogli e figli piccoli. Ero partito senza documenti, dissi di chiamarmi Boubacar e di avere 17 anni, anche se ne avevo 21, per essere accolto in centro di accoglienza e orientamento, destinato ai minori. Scoprii che non ero l’unico ad aver mentito sulla mia vera età.
I primi mesi in Italia non sono riuscito a vedere mio cugino, non sapevo neanche come arrivare a Bari dal paesino in cui ero stato accolto. Era tutto nuovo, ma c’era l’acqua e ci potevamo lavare tutti i giorni.
Al centro di accoglienza mi chiedevano cosa mi sarebbe piaciuto fare, lo chiedevano a me che non avevo mai avuto la possibilità di sognare. In Tv avevo visto un programma di cucina e quindi, nel mio misero italiano, dissi solo Cucina.
Cominciai a lavorare part-time in un ristorante, ma non fu facile. Quando la brigata cenava, io ero in cucina da solo a lavare piatti. A fine serata, terminato il turno, bevevano una birra o si fermavano per qualche chiacchiera, io no. Nessuno mi rivolgeva la parola se non per dirmi cosa fare e, siccome non sempre capivo quello che mi veniva detto, si arrabbiavano.
Dopo una settimana non c’era più bisogno di me al ristorante. Era tutto strano, in quel momento ho pensato di mollare, era tanto difficile, troppo.
In Tv guardavo tutti i programmi di cucina. Chiesi a Adofo, un ragazzo ghanese che smanettava sempre con uno smartphone, di guardare insieme a me i tutorial di preparazione piatti italiani. Nel frattempo continuavo a studiare l’italiano e pensai di iscrivermi con Adofo presso l’Istituto Alberghiero.
– Se sei bravo in quello che fai, troverai lavoro, stai tranquillo.
La strada era lunga e sempre con Adofo trovai lavoro in cucina in un altro ristorante. Adofo parlava benissimo inglese, così dopo qualche mese gli fu data la possibilità di lavorare a contatto con il pubblico, come cameriere. Io parlavo francese, ma pare non servisse come l’inglese, così continuai a lavare piatti. Mentre asciugavo le posate, guardavo lo chef con ammirazione preparare e impiattare pietanze che sembravano dipinti. La mia attenzione era così elevata che lo chef iniziò a darmi altri compiti: tagliare il prezzemolo, preparare creme, bollire pomodori, decorare con erbette i piatti.
– Te lo puoi comprare adesso un cellulare? – mi chiese Adofo, dopo aver ricevuto il primo stipendio.
A Bari, così, comprai il mio primo cellulare e chiamai subito mio cugino. Ci incontrammo e gli presentai Adofo. Lavorava come bracciante agricolo, diceva che un giorno la pensione sarebbe stata buona e poi aveva tutto il pomeriggio e la sera liberi. Sembrava sereno.
– E tu, che stai facendo, Boubacar?
Gli raccontai del mio sogno in cucina e rise un sacco. Adofo aggiunse che ero capace di tagliare una carota e che avevo davvero un talento per questo lavoro.
Ci salutammo con la promessa di vederci presto: stavamo per compiere i nostri strani 18 anni e avremmo dovuto lasciare il centro presto. Saremmo andati a vivere da mio cugino e avremmo diviso le spese continuando a studiare e lavorare.
Furono anni intensi: ora di pranzo nel ristorante, di sera a scuola.
In quel ristorante, io e Adofo ci sentivamo parte di una famiglia. Ci insegnarono anche qualche parola in barese e i proverbi locali. Imparai che il polpo si cuoce nella sua acqua. Ogni tanto mi dicono che ho la capa fresca, la testa fresca, perché ora ho imparato a sognare, finalmente.
C’è una frase che non dimenticherò mai: Il tempo è mò.
Avrei potuto arrendermi, finire su una strada, alimentare la mia emarginazione perché era quello che molti si aspettavano. Non ho mai smesso di sperare.
Sembrava così lontana la vita con la terra sotto i piedi e negli occhi, con gli abiti strappati, i terribili viaggi a piedi da un villaggio all’altro. Con i miei traguardi mi sentivo apprezzato, vivevo con dignità, avevo degli amici e un lavoro, un presente favoloso e un futuro a cui guardare con il sorriso.
Andrea Panicali
Istituto Istruzione Superiore
Copernico Carpeggiani – Ferrara
L’elefante che non si è travestito da pesce rosso
Incontrarsi è una corsa ad ostacoli e io mi sento un elefante dentro una boccia di pesci rossi che cerca di capire quale sia la sua corsia. Sì perché per conoscere bisogna conoscersi. Facile a dirsi, più complicato a farsi. Se devo correre direi che adesso mi serve decisamente una CORSIA, ma non è facile, quelle che ho davanti sono tutte uguali e io devo cercare quella che mi rappresenta di più.
E’ la prima volta che mi capita, è difficile capire cosa fare, succede così anche con le persone più ci pensi più possono allontanarsi. Ma forse il problema non è la corsia, ma chi deve correre in quella striscia di terreno rosso.
Che fare?
Primo passo: metto i piedi sulla prima che capita. Adesso ho una corsia. Se è quella giusta immagino che lo scoprirò. Sono spaventato perché, se guardo avanti, c’è una batteria di ostacoli da brivido e io non sono un saltatore, direi che sono più uno che inciampa e se cade si rialza. Ma oggi ho deciso di correre e per farlo devo smettere di avere paura e di ascoltare il rumore dei passi degli altri. C’è troppa confusione. Se voglio correre devo concentrarmi sulla ritmica dei miei passi? Mai fatto niente di simile. Posso farcela? Sì, se mi fido di me. Ed è questa la vera sfida. Farlo! Restare nella propria corsia, fidandosi. A sedici anni è una bella impresa. Diciamo che è da qualche tempo che ci provo. Se poi sei un timido introverso la partita si complica. Incontrare qualcuno è restare sempre se stessi. E’accettare, che esiste una corsia per ognuno per condividere la corsa, la fatica, il risultato, ma rimanere sempre nella propria. Siamo onesti: ultimamente invado quella altrui, mi sento solo nella mia mia, una sensazione che non mi piace per niente, e vado in quella accanto. So che sbaglio, ma gli altri fanno così tanto rumore che il mio silenzio si avverte di meno. Mi concentro sui passi sbagliati. Lo so! Non sento il ritmo dei miei. Ma se voglio conoscere persone devo sapere come arrivarci. Mi servono dei passi per farlo!
Adesso mi fermo e ascolto. Non sento niente e non so se vada bene.
Mi piego sistemo i piedi in posizione sui blocchi.
Mi serve un attimo. (Respiro)
Facciamo dieci. Penso…A cosa?
Numero di passi, distanza, l’energia da impiegare, tempo. E poi … mi viene una gran voglia di andare nella corsia vicina, dove chi corre sa esattamente quello che deve fare. Com’è che sembrano saperlo tutti tranne me? Proprio non so cosa fare.
Smetto di contare.
Un bel respiro.
Guardo gli ostacoli. Sono terrorizzato. Sinceramente non so cosa sto facendo. Ma forse quello che serve è un salto… nel buio!
Vado ad intuito.
E… i piedi si staccano dai blocchi…
Fase 1- L’ATTACCO
E’ nello stacco che si decide la partita. Non è una questione di testa, ma di pancia!
Il respiro si spezza.
Ed improvviso la vedo: la distanza da coprire.
La mia? …
Quella tra me è la paura del giudizio degli altri. I passi più difficili per incontrare qualcuno perché non so come farli. In passato, mi ha detto che i miei passi erano sbagliati, diversi dagli altri. Ho pensato avessero ragione. Ma non mi sono rimaste impresse le parole, ma il modo con cui mi sono state dette. Succede. Più spesso di quanto non lo si racconti. Non sapendo che fare ho smesso di avvicinarmi troppo alle persone, ho aspettato lo facessero gli altri.
Mi si è incastrata da qualche parte la parola “DIVERSO”, mi è stata lanciata e mi ha preso in pieno, incassare non il massimo, ma succede…
Forse, guardandola adesso, sento il livido che ha lasciato, ma anche qualcosa che non avevo visto prima: un verso, una strada. Come se quel termine ne nascondesse un altro. E’ strano perché, tornata solo una parola, non mi fa più lo stesso effetto di quando mi è stata detta. E se generasse anche energia? Quella che serve per sentire il ritmo dei passi e coprire la distanza tra me e il primo ostacolo. Potrebbe. Usata con la giusta intenzione, non per offendere, ma per identificare e motivare. E questa imprevista energia porta al tempo. Quello perso credendo a chi intendeva solo ferire, quello ritrovato per cambiare. Sette passi, il mio ritmo che ora suona come diverso, e sinceramente non avrei mai pensato di digitare una cosa del genere, non è un aggettivo che uso, non voglio fare agli altri, neanche ad un foglio di carta, quello che qualcuno ha fatto a me.
Se quella parola mi ha spinto in basso, magari può anche il contrario: portami in alto. Chiudo gli occhi.
Inspiro.
E…
Salto!!!
Fase 2- IL VOLO
Non apro gli occhi. Ho paura. E’ una sensazione mai provata prima. Manca la terra sotto i piedi. Letteralmente. Mi incontro a mezz’aria ed è tutto così strano, volevo imparare a conoscere le persone, perché non so come fare e ho trovato me: sono un po’ più consapevole rispetto alle prime righe di questo viaggio nell’atletica delle scoperte inaspettate. Sono un tantino confuso, ma penso che vada bene così. E’ tutto nuovo. Volare spaventa? Sempre. E’ la sensazione di non avere più riferimenti, di poter cadere, per poi scoprire che, se anche succede, posso rialzarmi. In fondo ci sono infiniti modi di volare. Non ci avevo mai pensato prima! Lasciare che una parola torni ad essere solo una parola è un volo, anche se molto turbolento. Accettarla è ora un volo più semplice quanto inaspettato Abbandonare, anche se servirà tempo, la paura del giudizio degli altri è un volo che voglio fare.
Un momento?! …
…Io sto già volando.
C’è un’aria diversa e, anche se durerà pochi secondi, c’è un chè di infinito, che mi ricorda la luna su cu scrive Leopardi nelle fresche sere di Recanati. Apro gli occhi e sento quest’aria diversa e penso che adesso posso usare tutti gli aggettivi, non uno di meno. Non mi capitava da diverso tempo. Forse dovrei guardare l’ostacolo che sto saltando, ma non importa perché ormai lo sto saltando. Di solito quando cerco di conoscere qualcuno di nuovo mi blocco non ho bisogno e l’ostacolo divento io. Sì! Mi perdo nelle domande e quando mi ritrovo non so cosa dire. Non salto subito per intenderci. Calcolo ogni possibilità prima che si verifichi. Non so se vi capita, ma è davvero complicato!
E se poi mi dice che sono diverso?
Il domandone che arriva puntuale ad ogni incontro!
Che succede? Niente. Perché ha ragione. Indossare un aggettivo è decisamente strano, come una felpa in cui ti sei tenuto l’etichetta, che ha prodotto un certo fastidio, un sfregamento continuo, ma che poi ha tolto perché decisamente scomoda. Sinceramente questa parola ora è stranamente comoda, è perfetta. Se poteste vedere la mia faccia adesso che ho appena digitato queste parole sulla tastiera, un luogo d’incontro che frequento da qualche tempo, non ci credereste in fondo non ci credo nemmeno io. Forse sto davvero volando.
Fase 3- ATTERRAGGIO
Diciamocelo non sono bravo negli atterraggi. Anche se ancora sono in fase volo io penso già al dopo. Io sono uno che frana. Immagino che se un elefante ha appena saltato un ostacolo, è rimasto in volo, anche solo una frazione di secondo, adesso possa anche atterrare… Mi sento esattamente così in questo momento.
Quando incontri qualcuno l’attacco è la prima parola che dici o l’espressione che la tua faccia assume, mentre cerchi di non essere terribilmente imbarazzato. A questo punto i pensieri volano di loro insieme alle emozioni e poi?
I pesci rossi! Vi ricordate quei pesci rossi, numero imprecisato, nella boccia dove l’elefante me si trovava prima di adesso?
Immagino che ora, se non gli atterro sopra, sia arrivato il momento di conoscerli, nella boccia sarebbe stato piuttosto complicato per questioni di spazio!
Incontrarsi per me è essere un elefante che vuole conoscere dei pesci rossi. Calma! Adesso mi spiego, almeno ci provo.
Tecnicamente io non so atterrare e direi che è decisamente la cosa giusta da pensare dato che sono in volo e, a breve, dovrei metaforicamente toccare terra.
Il mio problema?
Che ci penso troppo, le penso tutte, e mi perdo dentro ogni pensiero, sono un po’ “lost in space”, direi più lost che space. Nell’ordine io:
-non so come avvicinarmi…e come inizio direi che è perfetto!
-non come iniziare un discorso. So già cosa state pensando “Un CIAO, no?” Facile a dirsi, ma non a farsi e qui si apre la meravigliosa questione delle variabili dal meteorite che può cadere tra me e la persona da incontrare al semplice “Scusa, no. Grazie!” Il tutto per dire che la vera variabile sono io! Geniale!
– ho la sindrome del foglio bianco. Quando voglio conoscere qualcuno mi si fa il vuoto nella testa, come una sorta del blocco dello scrittore che arriva prima di cominciare e non nel mentre, dove devo riorganizzarmi, perché in realtà mi sono già perso.
-sono un disastro, questo è fuori lista, ma perché non dirlo?
– e per non farmi mancare niente sono anche insicuro, della serie si fa una cosa la si fa con stile e il mio… è, c’è ancora un altro punto non vorrei anticipare… fine lista.
Il mio è decisamente un atterraggio di emergenza, meglio di sicurezza, il problema è che finisce con il diventare invisibile, non io, l’incontro e la conoscenza. Insomma io atterro e nessuno se ne accorge. E siccome saltare un ostacolo, non significa girarci intorno io ho paura del giudizio degli altri, forse dovrei sostituirlo al ciao, mi sentirei più a mio agio perché averi già qualcosa in comune con l’altro e forse sarei meno imbarazzato.
Ma che cosa ha da raccontare un elefante a dei pesci rossi? Sono un genio perché tra tutte le specie che potevo scegliere io cerco di conoscere quelli che non emettono alcun suono al massimo mondano bollicine in superficie! Ottima scelta!
Io barrisco e loro boccheggiano ed è tutto? Sbagliato giusto!
Sarebbe strano vedere un elefante che si traveste da pesce rosso eppure molti “elefanti” lo fanno!
E allora io faccio l’elefante, ma con i brufoli. Che bella immagine! Si lo è. Perché è semplicemente se stesso e se ripenso, neanche troppo volentieri, a quante me ne hanno dette sul fronte acne e affini è stato proprio un gioco inutile e scorretto.
E poi ti dicono anche che sei INTROVERSO!
Ma no!
E sono atterrato.
Pensavo di dover imparare come incontrare qualcuno, ed è successo. Ho incontrato me!