2023
Jacopo Foschini
IIS COPERNICO CARPEGGIANI – FERRARA
Linee d’acqua
Strade di carta.
Vicoli d’inchiostro,
mosaici di lettere.
Cambiare il cambiamento.
La favola della buonanotte.
Il rumore di voci ascoltate.
Un sassolino celeste
fra le righe.
Guardare
oltre l’orizzonte,
dove le linee
diventano casa.
Susannah Ovbokhan
ISTITUTO PAOLO BOSELLI – TORINO
Senza titolo
Ho ricordi di dove sono nata
Ho ricordi della corinzia
La casetta era come li paradiso
lI piccolo fiume lungo li vicolo E i bei fiori sulla strada
Gli uccelli cantavano sempre
E tutte queste cose meravigliose accadevano davanti ai miei occhi
Diego Pulzoni
ISTITUTO TECNICO ECONOMICO TECNOLOGICO BRAMANTE GENGA – PESARO (PU)
C’è brutto tempo
Un mazzo
di cozze
ammazzate
sul ciglio
dello scoglio,
spine di vetro
nella frivola nebbia
Paesaggio ostile
per chi
con fare paziente
e docile perizia
getta l’amo
nel manto scuro,
Dall’umido vapore
è abbracciato
quell’uomo di mare,
con il viso
richiama la burrasca
uggiosi gli occhi
e tempestato l’animo
Quali pesci
nuotano
nella mente sua?
una voce
chissà da dove
lo distoglie
C’è brutto tempo!
Giuseppe Fatibene
IMMAGINAZIONE E LAVORO PIAZZA FONTANESI – TORINO
Il Labirinto di Domande
La magia è
una pozza spirituale
un enigma che ti
lascia stupito
ma con un finale
sbalorditivo
L’illusione non sempre
va d’accordo con l’emozione
ma riempie la strada
di domande
ciò attiva la mente
e ti fa trovare la verità.
Per finire, la realtà
unisce questi due
interrogativi,
può spaventare
ma ciò aiuta ad
uscire dal labirinto
dentro e fuori di noi.
Giada Franzosi
I.S. FALCONE – GALLARATE (VA)
Lì dove nascerà Peonia
Volteggiano le mani
sul Valzer viennese
per ritrovarsi e crearsi
Rughe appassite
di sorrisi amanti
Custodi dell’altro
medicate d’amore
si danno la vita
ad ogni sfioro
Forme intrecciate
sono fiammiferi ardenti
lasciano cenere su terre incolte
lì dove nascerà Peonia
Giulia Crisci
ISISS MAGAROTTO – ROMA
“La sete di conoscenza per la cura dell’essere”.
Ripenso spesso a quella cartolibreria, piccola e colorata, che dava sulla strada. Ho trascorso lì buona parte della mia infanzia. Il primo ad alzarsi alle cinque del mattino era mio padre, raro che io, mio fratello Federico e mia madre riuscissimo ad anticiparlo. Qualche volta ci riusciva mio nonno, con tutti i suoi acciacchi preparava il caffè caldo, l’aroma inondava la cucina e in breve tempo si diffondeva in tutta la casa, saliva su per le scale e giungeva fino alla mia camera. Papà verso le sei ci svegliava e iniziava un vero e proprio tran-tran. Tutti e quattro dovevamo utilizzare i servizi igienici, la prima ero io, poi Federico e infine i miei genitori.
Nelle mattine piovese capitava che io e mio fratello non sapevamo cosa indossare e un motivo per il quale uscivamo tardi da casa era proprio questo. Terminato di prepararci, mio padre prendeva la macchina e la portava fuori dal garage, ci aspettava e quasi mai riuscivamo a uscire prima delle sette.
Arrivati al negozio mentre i miei si preparavano ad aprire, io e mio fratello finivamo di organizzare lo zaino, pronti per andare a scuola. Quella piccola cartolibreria era la nostra seconda casa. Io e Federico, nel periodo tra asilo e le scuole secondarie di I grado, lo passammo nei dintorni di quel locale, purtroppo, quando arrivai alla fine dell’anno corrispondente alla quarta elementare, sopraggiunsero i primi problemi.
A scuola c’erano degli alunni che non permettevano il corretto svolgimento delle lezioni e per questo motivo dovetti cambiare sede scolastica. Ho reminiscenza di alcuni compagni sdraiati sotto i banchi intenti a dire parolacce. Ricordo il programma di storia incagliato all’età Preistorica e non c’era verso di procedere in alcun modo, i dinosauri li sognavo anche di notte!
Quell’anno in sette cambiammo scuola e ci perdemmo di vista.
La nuova scuola era situata a Fiumicino, dopo un’attenta valutazione, le maestre mi dissero che ero rimasta troppo indietro con la programmazione e che avrei dovuto recuperare due anni in uno a causa di varie lacune in alcune discipline.
Ma visto che studiare mi piaceva molto avevano fiducia nell’ardua impresa. Ho studiato un’intera estate e alla fine con grande sacrificio e dedizione raggiunsi l’obiettivo con soddisfazione, ossia quello di arrivare alla scuola media con delle buone basi.
Alla fine dell’orario scolastico, tutti i giorni mio padre partiva da Ostia Antica e veniva a prendermi a Fiumicino, andavamo al supermercato e compravamo qualcosa di leggero per pranzo. Ognuno di noi sceglieva qualcosa di sano da mangiare, in quel periodo ero fissata con le insalate fresche composte da vari ingredienti come noci, salmone, pomodorini e mozzarelline.
Successivamente tornavamo in cartolibreria, chiudevamo per la pausa pranzo e tra i libri colorati mangiavamo tutti insieme, non c’era la TV, preferivamo passare il tempo raccontando ognuno della propria giornata.
Nel pomeriggio il negozio riapriva al pubblico, quindi di corsa si riordinava tutto, io e mio fratello toglievamo i nostri giochi dagli scaffali per poi iniziare i compiti senza distrazioni.
Alle sette di sera, i miei chiudevano il locale e tornavamo a casa. Ventidue chilometri ci separavano dall’abitazione. Rammento che un giorno distrattamente nessuno si accorse che avevo dimenticato il diario delle Winx sullo scaffale. Un diario esternamente nuovo ma colmo di appunti all’interno. Il caso volle che verso le cinque una cliente entrò ad acquistarlo.
La mattina seguente, quest’ultima infuriata rientrò in negozio, lanciò il diario sul bancone della cassa dicendo che i miei l’avevano truffata vendendole un diario usato, spiegarono l’accaduto alla signora ma senza successo, crucciati passarono oltre. D’altronde, come biasimarla!
I clienti non potevano immaginare la difficoltà dei miei genitori nell’ardua impresa di gestire due figli sul posto di lavoro. Non potevano nemmeno immaginare che quella cartolibreria era diventata il mio ambiente di studio e gioco nelle ore di pausa.
La maggior parte delle mie giornate le trascorrevo così. Devo dire che inizialmente l’idea di cambiare scuola mi piaceva molto, perché avrei potuto iniziare a studiare seriamente, ma nello stesso tempo, non potevo più passare le giornate con quei due o tre compagni che definivo amici del cuore e questo mi rattristava.
Il pensiero che la nostra amicizia sarebbe durata nel tempo diventò solo un ricordo.
Da quel momento iniziai a credere poco nell’amicizia e molto nella fugacità dei rapporti.
Le persone vanno e vengono infinite volte nella vita e ripetendomi questa frase ogni volta che chiudevo il rapporto con qualcuno, smettevo di far sentire me stessa in colpa e di affezionarmi facilmente. L’unico legame che sentivo veramente autentico era verso la cartolibreria, verso quei libri che, anno dopo anno, facevano parte delle mie giornate, mi emozionavano, mi riempivano
dentro e mi curavano l’animo. Mi fermavo, ascoltavo i miei bisogni e in base al mio stato d’animo sceglievo un libro, era un momento d’amore nei miei confronti.
Gli anni successivi, all’inizio del mio periodo adolescenziale, quell’ambiente confortevole ricco di cultura, avventure e ricordi ha avuto un cedimento strutturale.
Alla proprietaria del locale i miei genitori fecero presente diversi problemi che andavano risolti, come ad esempio il pavimento che tendeva ad alzarsi in vari punti.
Purtroppo, la signora non ci diede ascolto e così arrivammo a un punto di rottura, i vigili del fuoco ci vietarono di entrare poiché ormai era pericoloso. Quello è stato un periodo molto difficile da superare, non solo per me, ma soprattutto per i miei genitori.
Uno degli ultimi giorni che passammo dentro la cartolibreria ricordo che trovai mia madre appoggiata a quel tavolo di legno lungo e bianco, con le lacrime agli occhi che rigavano quel suo viso roseo, era addolorata di dover lasciare quel piccolo cofanetto pieno di ricordi.
Quel locale l’ho sempre considerato come una seconda casa, un luogo in cui sono cresciuta e in cui ho passato momenti sia belli che brutti. Ognuno di noi ha un rifugio sicuro, la cartolibreria era il mio.
Chiuso il negozio, i miei erano molto preoccupati, avevano due figli da crescere e senza un lavoro. In quel periodo fortunatamente c’era un altro piccolo locale, sempre nella stessa zona, i miei con sacrificio decisero di acquistarlo. Non era comodo come quell’altro anzi di dimensioni molto più piccole, era di colore rosa, verde e bianco.
Nel complesso era carino, a differenza del primo locale non dava più sulla strada ma bensì era stato costruito accanto all’entrata del castello di Giulio II, in un contesto affascinante e medievale.
Una parte del muro esterno della nuova cartolibreria era rosa chiaro, all’interno il locale era stretto e lungo, il pavimento bianco e le mura circondate da scaffali in legno colorati di rosa, verde e bianco. Appena entrati, sulla destra sopra gli scaffali c’erano due finestrelle di legno rettangolari non molto grandi. Il soffitto di colore bianco aveva dei piccoli faretti. Nel locale si sentiva l’odore di libri nuovi, della carta dei quaderni e dell’inchiostro proveniente dalla stampante. Mi tornarono in mente i ricordi legati alla mia meravigliosa infanzia quando spensierata vivevo circondata da storie avventurose, da odori particolari sprigionati dai libri e mi sentivo ricca nell’animo.
C’era una stanza minuta dove stavamo io e mio fratello per fare i compiti, mentre sul retro, collegato alla torre del castello, si trovava il bagno. La prima cosa che mi colpì di quella cartolibreria furono i colori delicati delle pareti e i libri variopinti che creavano un contrasto chiaro-scuro. Sin da piccola sono stata sempre curiosa e interessata alla lettura di testi dalle
tematiche importanti come: la lotta contro la discriminazione razziale e contro le diverse forme di violenze e di criminalità organizzata. Ho letto: “E il vento si fermò ad Auschwitz” di Mariastella Maggi, dove il vento rappresentava la pietà di quelli che, nel dramma di Auschwitz, non rimasero indifferenti ma si misero in ascolto dei bisogni altrui. Mai essere indifferenti, la
memoria storica del nostro passato deve restare viva in tutti noi.
La mia mente ha viaggiato insieme a Giovanni, Camilla, Juno e Sara.
Ho letto incuriosita: “Per questo mi chiamo Giovanni” e “Camilla che odiava la politica” di Luigi Garlando, “Cercando Juno” di Gary D.Schmidt e “La chiave di Sara” di Tatiana de Rosnay.
Crescendo mi sono avvicinata alla lettura di testi di psicologia e criminologia. Mi piace capire e studiare il comportamento umano e i processi mentali degli individui. I libri che mi hanno fatto meditare sono stati: “Famiglie di sangue” di Simonetta Costanzo e “Serial Killer in Italia” di Paolo de Pasquali. Il primo libro citato è basato su fatti realmente accaduti, tratta di omicidi in famiglia, spiega le fasi psicosessuali e le fasi psicosociali dell’essere umano.
Il secondo menzionato è inerente ad alcuni omicidi seriali avvenuti in Italia, mette in evidenza un’accurata analisi degli assassini e delle loro vittime. Ho delle idee molto chiare sul mio futuro, mi piacerebbe studiare criminologia forense/investigativa. Vorrei addentrarmi nel senno umano e conoscerne i ragionamenti, ciò che si pensa, ciò che si prova, capire perché spesso mostriamo quello che in realtà non siamo, il tutto collegato ad uno studio giuridico e investigativo.
Non amo i libri digitali, preferisco avere il testo stretto nelle mie mani, sentirlo liscio o ruvido, sottolinearlo e prendere appunti sui post-it colorati che ho cura sempre di attaccare su ogni pagina letta attentamente. Dopo ogni libro letto ho realizzato un quaderno di appunti e mi sento felice e ricca di conoscere tante curiosità.
Leggere mi fa viaggiare con la mente, tutto ciò che mi circonda si ferma all’improvviso, lasciando i miei occhi scorrere lungo quelle pagine ruvide, bianche o giallognole: scorrono immagini, intuisco ambienti e paesaggi da sogno, presagisco il finale e mi emoziono con i personaggi.
Passando da una cartolibreria all’altra mi sono presa cura della mia mente così da nutrire anche il mio animo. Ho capito che nella vita ci saranno sempre ostacoli da superare, mai arrendersi davanti alle difficoltà ma prendere forza e ripartire senza aver timore di ricominciare, il tutto con un libro in mano come quello che tenevo ben stretto tra le dita: “Il gatto che insegnava ad essere felici” di Rachel Wells.
Ora che sono grandicella e non mi accompagna più mio padre a scuola, è finita quella routine di caos che introducevo all’inizio, ma restano sempre vivi in me i ricordi.
Oramai quel prezioso scrigno non c’è più, ma i libri che ho letto sono custoditi nella mia memoria. Ricordo bene “The help” di Kathryn Stochett, “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol, “Ragazzi di Camorra” di Pina Varriale, “Testimone inconsapevole” di Gianrico Carofiglio”,”Lo scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi, “Io dentro gli spari” di Silvana Gadolfi. Scrivere questo testo mi ha fatto ritornare indietro nel tempo, ho visto scorrere
nella mia mente tutto il periodo della mia fanciullezza facendo affiorare dei momenti che mi hanno cambiato interiormente. Ho capito che un piccolo scrigno può contenere tantissima ricchezza culturale e tra leggende, storie e curiosità ho curato il mio animo allontanandomi dai
momenti cupi. Mi estraniavo dalla realtà circostante sognando insieme con “L’investigatore di sogni” di Ian McEwan per poi volare in un attimo tra “Tante stelle, qualche nuvola” di Mattia Ollerongis.
Pensare che, se solo la proprietaria avesse ascoltato prima l’importanza di quelle parole, noi saremmo ancora lì, in quel cofanetto dalle piccole dimensioni ma con un valore inestimabile.
Siate sempre curiosi di assorbire nuove nozioni e di ricominciare e quando pensate di non potercela fare è in quel momento che dovete dimostrare a voi stessi che vi state sbagliando, proprio come ha fatto la mia famiglia.
Nel tempo sono cambiata molto, grazie ai libri, ai docenti e ai nuovi compagni, adesso credo in me stessa e sono ricca, ricca dentro!
Andrea Panicali
IIS COPERNICO CARPEGGIANI – FERRARA
A voce alta
Un giorno. 10,00-Bagno della scuola. Secondo piano.
Non è successo. Adesso respira.
Non può essere vero? In cosa ho sbagliato? Perché ho gusti diversi? Per il mio maledetto aspetto
fisico? Mi rende così diverso? Adesso che cosa faccio? Non voglio raccontarlo. A nessuno. Se prima
mi prendevano in giro per tutto figurati dopo questa! Preferisco il silenzio… L’opzione più sicura.
Fa male ricordare, ma ancora di più parlarne. Non voglio soffrire ancora.
Adesso mi alzo. Infilo la felpa così non si vede la maglia bagnata sotto. Ce la posso fare. Devo
rientrare in classe.
Le pareti di questo bagno assomigliano al ghiaccio, il freddo mi penetra nelle ossa. Sembra una
cella, ieri non era così. Sento il suo respiro dall’altra parte. Respira. Conta.. Uno…Due…butta
fuori l’aria… Ancora. Uno…Due…
Non capisco… Perché? Perché? Perché?
La campanella!
E’ già finito l’intervallo. Da quanto sono chiuso qui dentro. Cinque minuti.. dieci… Sembra passata
un’eternità. Non esco. Non posso non finchè lui resta dall’altra parte della parete. Perché non torna
in classe? Si accorgeranno che non siamo rientrati. Se questa cosa si viene a sapere ne parlerà tutta
la scuola… Non voglio.
Devo muovermi!
Riesci almeno ad immaginare come mi sento ora… tutte le volte… Nella mia mente urlo a
squarciagola, ma niente, la voce non esce e mi esce solo un timido sospiro. Come ti fa sentire quello
che fai?
In piedi… adesso esco. Rientro in classe.
Te lo sei meritato…
Non te lo sei meritato… neanche il resto. Come ieri in classe quando ti ho lanciato l’astuccio nel
cestino. Non hai reagito. Allora ho lanciato insulti… sei grasso che rotoli…non ti vedi…Io lo ero due
anni fa… come te…
Che fai adesso? Lo racconti a qualcuno?
Raccontalo a qualcuno. Per favore. Forse ho esagerato…Uno scherzo… una pacca sulla spalla. Per
ridere. E’ diventata una spinta. Tu non hai detto niente. E io ho continuato…ti ho offeso, mi sonofermato. Mi sono spaventato …di aver passato il limite così facilmente. Ho esagerato… Doveva
essere divertente. Adesso non lo è.
Sei ancora li?
Ci sei e non ci sei. Se non ci fosse questo pannello bianco che neanche arriva a terra adesso saremo
schiena contro schiena. Sento il tuo respiro. Hai paura …Anche io… Dopo tutto questo tempo, con
tutto quello che ti ho detto e fatto non ho mai avuto il coraggio di chiederti come ti sentissi… Sono
stato egoista…Ho esagerato. Ho aggirato il problema, semplicemente non considerandolo. Ma
adesso sta diventando troppo. Possibile che la tua paura e la mia siano uguali? Sono terrorizzato.
Usciamo. Torniamo in classe!
Per quanto ancora farai tutto questo?
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Scusa. Mi spaventa dirlo a voce alta…Ma ho bisogno del tuo aiuto…
Marica Grelli
ITIS FRANCHETTI SALVIANI – CITTA’ DI CASTELLO (PG)
La Cura dell’Essere
Il silenzio impregna l’aria.
Il buio riempie lo spazio.
Il vuoto si allarga e si stringe, si deforma ad un ritmo sconnesso.
Un scintilla compare dal vuoto, brilla di una flebile luce, piccola e scintillante prende il suo posto nel buio.
E poi la scintilla si fa Luce, occupa il tutto con la sua presenza, ricadendo sulla superficie bianca e levigata di un pianoforte nuovo di zecca.
Una figura si fa largo nella Luce, una figura adulta che nel suo camminare si porta dietro il profumo di casa. Prende posto sullo sgabello, portandosi l’involucro di vita sulle ginocchia, e iniziando a suonare di lui.
La prima nota pizzica l’aria, la seconda la smuove come foglie al vento, la terza la fa vibrare di elettricità. E poi una quarta, quinta, sesta. Le dita dell’adulto fluttuano sui tasti d’avorio con eleganza e leggiadria, mentre gli occhi del bambino brillano su quelle mani che, una nota dopo l’altra, scandiscono il tempo. Un tempo calmo e leggero che, nel suo modo unico, riempie lo spazio e la mente, annebbiandola con quell’aria pregna di felicità.
Ed il bambino cresce, i suoi occhi sempre fissi e brillanti su quelle mani che con gentilezza passano sui tasti. Poggia le dita trepidanti su quelle dell’adulto, segue i suoi movimenti , lenti e commisurati li imita e li apprende. Quando i suoi piedi riescono ad arrivare ai pedali, le mani sanno già giocare sulla tastiera.
Ed il bambino suona, suona e cresce, con l’adulto sempre al suo fianco ad accompagnarlo. Suonano un ritmo allegro e concitato, che corre nell’aria a tempo con le risate, che accelera e diminuisce in un’altalena di note che a tratti cessa. Si ferma per brevi secondi, una lucidata là, una corda combinata qua, un’accordata generale e via. La musica riprende più limpida di prima, con le note pulite ad arte ed il pianoforte come nuovo.
Ormai i due suonano a quattro mani, il bambino si è fatto ragazzo e come un perfetto duo, si spalleggiano sulla panca. Con la voglia di suonare a muovergli le mani ed il desiderio di farlo bene ad animargli il cuore, il ragazzo si perde nella musica. Chiude gli occhi, lasciandosi trasportare dalla melodia, ed una nota dopo l’altra si fa protagonista del pezzo. Le mani dell’adulto sono autrici di un sottofondo leggero che, con discrezione, supporta il ragazzo fermandosi di tanto in tanto ad ascoltare i suoi assoli pregni di tutta quell’energia che gli corre sulla pelle.
Quattro mani si rincorrono sulla tastiera ad un ritmo sempre più veloce, con la musica scorre e va. Viaggia per lo spazio e per il tempo fino all’ultima nota del foglio, fino a che lo spartito volta pagina portandosi via l’accompagnamento. L’adulto ha lasciato il posto sulla panca ritirandosi ai margini del piano a guardarlo suonare. Ha il cuore pesante e le mani trepidanti, tutto il suo corpo lo spinge a tornare là, seduto su quello sgabello e con le mani sui tasti. Si costringe a non cedere, a rimanere ai margini del piano ed ascoltare il suono del ragazzo che, una nota dopo l’altra, cresce imparando a contare solo sulle proprie mani. All’adulto non rimane che la speranza, la speranza di
essere stato un buon maestro, la speranza in quel ragazzo e in tutti quegli insegnamenti, la speranza che continui a produrre quello splendido suono che ora corre senza freni. La musica riempie le orecchie del ragazzo portandolo lontano, i suoi occhi si chiudono e la mente si perde nella melodia che corre, scorre e prende il via, ballando sul filo di un respiro che scheggia la superficie del piano. La musica circonda e prende tutto, stringe il ragazzo con la sua coltre, annebbiandogli la vista e tenendogli in ostaggio il respiro. Il suono scorre nell’aria facendosi pesante e cadendo sul piano ricoperto da polvere e graffi. Tra le note si fanno largo i primi cigolii, le prime stonature, e quando la prima corda salta è ormai troppo tardi.
La luce sfrigola, il banchetto si distrugge sotto il peso della musica e, con le mani incollate sui tasti non ancora incorsi nel completo declino, il ragazzo suona in un vortice di oblio. Con gli occhi chiusi ed il cuore disperato, continua a suonare ininterrottamente, trasportato da quella musica che una nota dopo l’altra peggiora. Il cono di luce si stringe ed il buio inghiotte tutto al suo passaggio, portando nell’oblio tutte le figure che nel tempo si erano avvicinate. La devastazione si stende sul piano come un conquistatore.
Le poche note, capaci ancora di vibrare, danzano nel filo di luce che flebilmente illumina il piano. La luce freme, si stringe, si dilata e si spegne.
L’ultima nota rimbomba nell’aria, ricucendo il vuoto dietro di sé. E cio che un tempo era Nulla ritorna ad esserlo nel buio silenzio.
Anouar Haddou
IIS CAVOUR MARCONI PASCAL – PERUGIA
Giorno Zero
Mario, un ragazzo di ventidue anni originario di Firenze, si trovava in una fase di stallo della propria vita. Erano ormai trascorsi tre anni da quando aveva concluso le scuole superiori e, da allora, rimandava l’iscrizione all’università indeciso su quale facoltà intraprendere. Era bloccato dalla vana ricerca della perfezione e l’unica distrazione era rappresentata da qualche lavoretto part-time.
Tutto cambiò in una gelida domenica invernale. Lungo la strada di ritorno verso casa, alla vista di un’insegna, scaturì in lui l’enorme voglia di visitare gli Uffizi.
Due giorni dopo si trovava lì. Non riusciva ancora a comprendere lo strano impulso che lo aveva spinto verso quel luogo, ma ormai non poteva tornare indietro. La visita era quasi conclusa e Mario iniziava a provare un certo rammarico per il pomeriggio perso, quando, all’improvviso, si imbatté nella sala quarantuno: un pavimento a scacchiera bianco e nero, pareti di un grigio opaco illuminate da pallide luci bianche. Al centro si ergeva, simile all’occhio di un ciclope, il Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti. Egli rimase attonito. I colori, i giochi di luce, le figure, i dettagli, ma, soprattutto, l’estrema cura di ogni particolare riaccese in lui un immenso desiderio di perfezione.
Iniziò ad immaginare la sua vita come quel quadro. Finalmente capì che per puntare alla perfezione avrebbe dovuto curare se stesso sotto ogni punto di vista, comprese che la cura di sé non poteva prescindere dal tentativo di migliorarsi e che, quest’ultimo, a sua volta, era legato alla necessità di agire, perché il rimuginare e le vane attese avrebbero ucciso la cura di se stessi.
Mario uscì dalla Galleria con una mentalità diversa da quella che si era portato dentro fino ad allora.
Tornato a casa, si barricò in camera: lo sguardo rivolto verso il vuoto, la mente altrove, intento a pensare e a ripensare a quell’esperienza. Passò la notte sveglio a riflettere, fino a quando non vide spuntare l’alba di un nuovo giorno. Allora comprese che si trattava del “suo giorno”. Uscì di casa e si diresse verso l’Accademia delle Belle Arti. Per lui si sarebbero aperti nuovi orizzonti….
Rebecca Campise
ISTITUTO SUPERIORE VALENTINO BOSSO-MONTI – TORINO
La cura per una nuova vita
Da quando ero bambino, non amavo le situazioni movimentate, come le feste di compleanno o le partite di calcio. Ero considerato un bimbo antipatico, che odiava le altre persone, ma questo non era assolutamente vero: odiavo la confusione. Preferivo stare a casa a giocare con le mie macchinine.
Ma quando avevo undici anni, questa paura svanì a causa della separazione dei miei genitori.
Mi ricordo quel pomeriggio di novembre.
Ero in camera con il mio fratellino, Logan, e stavamo chiacchierando sulla nostra giornata, quando sentii una porta sbattere violentemente.
Mio fratello si spaventò, per consolarlo gli lasciai un pupazzo a forma di elefante e scesi a controllare cosa stesse accadendo.
Vidi mia madre seduta sulla poltrona, accarezzava delicatamente il mio cane. Il suo viso era ricoperto di lacrime e c’erano i vestiti di papà sparsi in giro per il salone.
Ad un certo punto lui entrò dalla porta principale per raccogliere le cose che aveva dimenticato e mi salutò con un cenno del capo. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Questo evento scaturì in me un senso di responsabilità verso gli altri componenti della famiglia: avrei badato io a loro e non avrei più avuto paura delle persone.
A soli undici anni uscivo per fare la spesa a mia mamma e accompagnavo Logan ai giardini, perché sapevo che entrambi avevano bisogno di qualcuno che desse loro un aiuto.
Con il passare del tempo, accettai il fatto che mio padre avesse iniziato una nuova vita, ma non che aveva lasciato noi tre in una situazione problematica.
Durante i primi anni di scuola media riuscii a farmi degli amici, i miei primi e veri compagni di avventura: da allora ho affianco a me tre ragazzi di cui non posso fare a meno.
Nell’anno in cui frequentavo la prima media, mia madre conobbe un uomo, che se ne andò quando lei gli disse di aspettare una bambina.
Ricordo quando Chloe nacque: era minuscola e il visino pallido era ornato dal suo nasino a punta.
Non ha mai avuto un padre, così come io e Logan, ma io volli che sentisse questa mancanza.
La portai tutti i giorni a spasso nella sua carrozzina e quando diventò più grande, la portavo a danza.
Essere il maggiore di tre fratelli è una responsabilità: ho sempre dovuto mostrare il mio lato migliore per far sì che i due piccolini non prendessero esempio da un ragazzino cresciuto troppo in fretta.
Ho scoperto, a tredici anni, di soffrire di rabbia repressa.
Tutto è nato da una sciocca discussione con mia mamma: sosteneva che i miei tre amici mi portassero sulla cattiva strada e io li difesi. Il dolore apparve sul suo viso nell’istante in cui mi alzai dal mio letto e scaraventai la mia lampada giallastra a terra con tutta la forza che possedevo in corpo.
Lei era disperata e nelle camere accanto c’erano Logan e Chloe che piangevano a causa del forte tonfo. Avevano paura del loro fratello maggiore.
Dopo quell’episodio, mia madre decise di portarmi da uno psicologo. Il medico aveva diagnosticato una forte rabbia repressa e mi aveva prescritto delle medicine per calmarla.
Fin da subito non accettavo il fatto che si intromettesse nella mia vita e nei miei traumi, ma ero costretto ad andarci ogni mercoledì e venerdì poiché ero ancora minorenne.
Quando ho compiuto diciott’anni, ero finalmente libero di decidere per me, così ho lasciato lo studio.
Questi ultimi anni sono stati difficili, uscivo tutte le sere e tornavo a casa ubriaco.
La scuola non è mai stata tra le mie priorità, ma amo molto la letteratura soprattutto Dostoevskij. Infatti nel mio scaffale straripano i suoi libri forse perché mi riconoscevo nel torbido dei suoi personaggi.
Tutto precipitò di nuovo quando mia madre iniziò ad uscire con un altro uomo e la situazione si è fatta ancora più critica quando lui è entrato anche nella nostra casa.
Il suo compagno, Brian, vive con noi da ormai due mesi e io odio avere nuove persone in casa. Non sopporto che abbia abitudini diverse dalle nostre. Infatti, ieri, ho fatto una delle mie scenate davanti a lui.
Mia mamma stava parlando di un possibile matrimonio e mi sono alzato furioso dal divano tirando un calcio al tavolo di vetro davanti a me, riducendolo in pezzi.
Lei è rimasta immobile, invece il mio futuro patrigno si è avvicinato, senza paura, e mi ha cacciato di casa.
In quel momento di confusione, mi è venuta in mente un’idea che non pensavo di avere in serbo, ovvero richiamare il mio psicologo, che avevo lasciato qualche anno prima.
Ho cercato nella rubrica, tra migliaia di numeri, e l’ho chiamato immediatamente. Quando mi ha risposto gli ho raccontato la faccenda e mi ha dato un appuntamento. Seduto in sala d’attesa, ho continuato a disegnare sul mio taccuino nero senza sosta. Me lo aveva chiesto esplicitamente lui di portarlo perché amava i miei disegni, che narrano le mie difficoltà e il mio dolore.
Questi rappresentano tutte le difficoltà che ho dovuto subire durante ventidue anni di vita.
Mentre ne stavo ultimando uno, una donna ha annunciato il mio nome e l’ho seguita. Percorso il corridoio, sono entrato nello studio che è rimasto identico a quattro anni prima.
Appena ho aperto la porta, Mr Smith mi ha sorriso e mi ha salutato con una stretta di mano.
Gli ho sporto il mio quadernino e ha iniziato ad ispezionare ogni dettaglio.
Sulla sua faccia si è dipinta un’espressione di tristezza, poi mi ha guardato con uno sguardo paterno, che non vedevo da anni, e mi ha detto:
“Ragazzo mio, non sei solo in questo mondo, hai me al tuo fianco. Conosco la tua vita a memoria e mi dispiace così tanto per quello che hai passato, eri solo un bambino innocente che aveva il diritto di vivere un’infanzia medesima a tutti gli altri bambini. Non è colpa tua se la vita ti ha riservato questo,ma vedo che sei forte”. Quelle parole mi hanno riscaldato il cuore, che era congelato da quando avevo otto anni.
Finalmente dopo tanta sofferenza e indifferenza da parte di molti conoscenti, ho la possibilità di confidarmi con una persona che vuole aiutarmi perché anche se ho fatto di tutto per occuparmi dei miei fratelli più piccoli, mi sono reso conto che, per far nascere un nuovo me, era necessario che qualcuno si prendesse cura di me.