2024
Edoardo Motta
IIS Copernico Carpeggiani – Ferrara
ASCOLTA
Acqua che ogni volta lavi i tagli e
i graffi sul mio viso.
Scorri tra le dita e scivoli sui lividi.
Sempre ad aspettare una nuova richiesta.
Succederà ancora e ancora.
Vedo un’ombra ad una finestra,
una solitaria
lama di luce tra palazzoni.
Si schiaccia sul vetro impotente.
La sua mano aperta implora aiuto,
ma nessuno la vede.
Quelle grida,
richieste urlate senza voce,
nel silenzio.
Quella mano sola.
Appoggio sul vetro la mia
un istante
prima che l’ombra svanisca.
Nicole Arnone
IL Moncalieri – Moncalieri
RINGRAZIARE DESIDERO
Siamo sempre lì a ripeterci “che amarezza”
Ma oggi sabato 25 maggio 2024
Ringraziare desidero
Le lacrime che ci rendono sensibili
per il tocco e la delicatezza della mimosa pudica
che fa di essa il suo punto di forza.
Ringraziare desidero
la gentilezza
per suscitare in noi un sorriso
Ringraziare desidero noi
Per quando confondiamo vita e condanna
Ringraziare desidero
per il cielo ampio e senza fine
perché mi fa chiedere “chissà quale stella sei?”.
Per avere un fratello, dono di Dio.
Per l’anima che fonda la nostra essenza
Ringraziare desidero per tutti i bambini
Che sono piccoli e felici
Per la conoscenza
che ancora ci può rendere persone migliori
Per il perdono
Ringraziare desidero per il mondo variegato
Che rende tutto misterioso
Per quando sei innamorato
Per tutto ciò che ti stava affogando
Che in realtà ti ha insegnato a nuotare
Per il viso che ci rende imperfettamente perfetti
Per chi ha creato questo posto dandoci una possibilità
Per il bene dell’amicizia
Per la libertà.
Erik Malvasi
IIS Copernico Carpeggiani – Ferrara
HYBRIS
Sorriso rosso,
calante come la luna.
In alto lei,
nel cielo dipinto
di nero.
Risalta il tetro odio
con cui osserva,
noi che distruggiamo il creato.
Nati uomini
divenuti bestie,
affamati di morte
e di potere.
Traghettiamo come Caronte,
il nostro destino
nell’oblio.
Samuele Donati
IIS Copernico Carpeggiani – Ferrara
ESTIA
Invincibili.
Cadiamo e comprendiamo.
Una corazza rotta.
Legami.
Tenaci oltre l’acciaio.
Temevamo il buio.
Può spegnersi la luna?
Sorella di infinite notti.
Gioiello tra miliardi di luci.
Può spegnersi la luna?
Nell’orizzonte di uno sguardo…
Perduto.
Emma Petito
ITT M.POLO – Rimini
Dentro quelle mura di carta
rileggevo di te
di un sogno,
incatenato in un ricordo
in quell’agosto
eri la brace che ardeva
dentro di me
ora sei solo cenere
che cade dalla mia mano.
Ludovica Fusaro
IS Falcone – Gallarate – Varese
PER TE
Preambolo_A4
Ecco che ci risiamo… ha intenzione di sporcarmi di nuovo: mi viene incontro con quella
specie di bacchetta magica, mi fa il solletico, traccia quelle strane linee che hanno
sempre forme diverse e che si uniscono facendo comunella…
E poi non capisco perché non usa il solito aggeggio che lampeggia, suona…insomma
quello che preferisce a me; dico che lo preferisce perché ce l’ha sempre in mano: ed
una volta fa una foto, una volta ci parla e un’altra volta l’oggetto produce musica… se le
piace così tanto, perché oggi ha scelto me, che sono solo un foglio?
Non passa molto tempo che mi ha già riempito di quelle strane linee create dalla
bacchetta magica. Sento la sua voce:
“Strano che io ti scriva con carta e penna. Di solito lo faccio con il telefono, ma oggi
credo che sia importante lasciare traccia. Non so, mi sembra faccia molto più effetto.
Ho deciso di scriverti per raccontarti una storia…la nostra.”
Chissà qual è “la nostra storia” che deve raccontare… però sono molto curioso. Penso
che l’oggetto luminoso si sia ingelosito… questa volta sta raccontando qualcosa a me,
non a lui.
Capitolo 1_ La palla e il riflesso
È il giorno di Natale dell’anno 2009, precisamente sono le 2:00 del pomeriggio.
Ho appena assistito alla cosa più bella che possa accadere: ho visto nascere una
piccola creatura.
Ho fatto un po’ di fatica a capire cosa stava succedendo perché c’erano dottori,
dottoresse e infermiere che facevano un andirivieni agitato. Qualcuno mi ha anche
urtato, ma ora le vedo chiaramente riflesse su di me; sono due: una è più grande, e
tiene in braccio una minuscola bambina. Sono davvero commoventi insieme. Chissà
come saranno nei prossimi anni… vorrei scoprilo, ma penso che rimarrò in questa
stanza per molto tempo ancora. Forse potrò assistere a tantissime altre nascite…
sempre se l’anno prossimo non mi appendono rivolta verso il muro, o addirittura a un
albero di qualche altro reparto.
Capitolo 2_La candelina e il desiderio
Ok… è il mio momento. Come sono emozionata! mi hanno appena sistemato su una
bellissima torta decorata con Topolino (mmmhhmm…ed è anche deliziosa). Tra pochi
secondi toccherà a me entrare in scena e sarò una solista, dato che sono l’unica sulla
torta; sarà il primo incarico della mia vita e non vedo l’ora… ecco che arrivano. Non sto
più nella pelle! Ecco a chi appartengo… c’è una bambina già pronta in piedi sulla sedia
che aspetta di spegnermi per esprimere il suo primo desiderio. Soffia, ci prova, ma non
ci riesce… Fa un altro tentativo ma anche questo fallisce (spero che faccia in fretta
perché mi sto sciogliendo), quando ecco che arriva lei, una signora bionda, che
somiglia un po’ alla bambina. La abbraccia e le dice: “Bene Ludo, ora contiamo fino a
tre e poi soffiamo insieme ed esprimiamo un desiderio. Sei pronta?…unooo, dueee e
treeee!”
Wow è stato stupendo! ho sentito il suo desiderio, ma non lo dico, sennò non si
realizza.
Capitolo 3_ Bisticci alfabetici
Di nuovo!? come si fa? non riesce a capire come mi chiamo: “Io mi chiamo RUSCELLO
non FIUME!” non sono l’unico che ha chiamato diversamente, ho sentito altre parole:
AUTOBUS lo ha chiamato PULLMAN… non è una cosa giusta, è come se io ti chiamassi
Marco quando invece ti chiami Antonio.
Vorrei capire il perché, magari qualcuno me lo saprà spiegare.
Ho sentito dire in giro che non sono stato l’unico ad essere screditato. E’ successo
anche a un’altra parola: un giorno alla lettera F e alla lettera V hanno detto: “Voi dovete
andare in questa parola …ERI…ICA, però scegliete voi dove mettervi”, da lì si è aperto
un dibattito tra quelle due lettere che alla fine hanno combinato un po’ un disastro:
“Vado prima io”
“No! nella parola ci sto prima io!”
“Ma no, perché in ordine alfabetico ci sono prima io, ti puoi fidare una volta di chi è più
in alto rispetto a te!?”
“Va bene però se poi è sbagliato dò la colpa a te”.
La parola che hanno formato è stata FERIVICA, impronunciabile perché correttamente
si scriverebbe così: VERIFICA.
Alla seconda parola (OCCHIO) poverina… a lei è andata anche peggio, adesso vi spiego
il motivo.
C’era la lettera H che non sapeva dove andare, e chiedeva a tutte quelle che incontrava
in giro dove doveva posizionarsi.
“Hey ciao… sai dove devo mettermi io? Sai qual è il mio posto?”
“Devi andare in fondo, dietro a tutte le altre”
“Ok, grazie per il tuo aiuto”.
Altri però le risposero che non doveva mettersi lì, bensì in mezzo alla parola. Però, le
lettere del mezzo le dissero che doveva andare all’inizio. La povera H decise così di
togliere il disturbo per evitare di prendere il posto sbagliato. In questo modo la parola
rimase senza una lettera fondamentale e diventò “OCCIO”.
Quante risse sono scoppiate nelle parole! Ma, ieri come oggi, al fianco della bambina
che scrive c’è una figura più grande, una signora bionda che fa di tutto pur di non farla
sbagliare.
Capitolo 4_ Le lettere per dirtelo
Sono ancora io, il foglio. Quanto ha scritto! Quanto solletico mi ha fatto… Ma non ha
ancora finito. Sento parlare le lettere: “Io sono la lettera G. Dico molte cose: giochi,
giungla, gioia. Dico gennaio come quando è nato il più piccolino di casa. Dico giugno
come quando finisce la scuola…”
“Invece io sono la R. Racconto molte storie come quelle che si trovano dei romanzi,
racconto della mia amica che non mi pronuncia bene e quindi tutti le chiedono di
ripetere la sTessa frase da anni: ramarro marrone sul ramo rosso…”
“Io sono la lettera A, la prima dell’alfabeto. Ho un ruolo molto importante, rappresento
la lettera della classe dove si trova lei, dico sia àncora che ancòra, ma dico anche
amore, amicizia…”
“Z sono io, dico molte cose…zanzare, zia o zio, Zorro. Che era il suo eroe quando lei era
piccolina.”
“Mi presento: io sono la I di Imola ma anche di: ironia, intelligenza, icona, impero come
quello dei greci che ha studiato di nuovo quest’anno. Dico isola, immagine e tantissime
altre cose e parole diverse.”
“Io invece sono una lettera molto semplice che va bene con tutti cioè la E, mi puoi
trovare con o senza accento, di solito dico: edera, eroe, età, estremo, come quello dei
segmenti di geometria…”
“Io mi chiamo M. Sono una lettera stupenda, piena di salite e di discese.Dico: mia,
miracolo, mente, mosca, materia…”
“Ci sono ancora io la A… sono la stessa di prima, ma sto componendo un’altra parola”
“Siamo tornate, siamo in due, vicine vicine… due M”
“Tocca ancora a me… alla A”
Ora legge tutte queste lettere, tutte in fila, ordinate.
Sta dicendo “Grazie mamma”
“Grazie perché mi hai insegnato tutto quello che so oggi: a ridere e scherzare ma anche
ad affrontare le difficoltà, a rapportarmi con gli altri, a piangere di gioia, a difendermi, a
essere una sorella maggiore migliore. Mi hai insegnato che uno – o poco – è meglio di
niente, mi hai insegnato a capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, a prendermi le mie
colpe, a rincorrere i miei sogni, ad avere delle ambizioni.
Sarai per sempre la cosa più importante della mia vita, sarai sempre con me, perché,
come dici tu, c’è un filo invisibile che ci legherà per sempre.”
Ha smesso di farmi il solletico. Ora sento una goccia cadere su di me. Mi ha bagnato.
Lo conosco il sapore delle sue lacrime. E so che queste sono lacrime di gratitudine.
Francesco Pio Niglio
IIS Copernico Carpeggiani – Ferrara
KRONOS
Scivola il quadrante di un vecchio orologio sul ramo come fosse acqua.
E’ una vita che si perde nella persistenza della memoria, un soffio di polvere e un sottile pulviscolo invadono lo spazio tra le lancette.
6:00. Mattino o sera? Non importa.
In una casa, nuda dei classici oggetti che ornano le varie stanze, le pareti uguali, tutto è di colore
bianco, vernice asciutta da troppo tempo, in punti nascosti emergono le cicatrici del passato, ed ancora si sente quel profumo ormai marcio, dal bagno alla cucina, fino alla stanza da letto, un limbo che strozza la calma.
Il colore muta, sulla porta, il bianco si scioglie nel tempo interrotto, una mano gracile, pulita e
cristallina, a contatto con la maniglia dorata e fredda, si spalanca una porta e si apre un mondo, la vita di un altro essere umano, è l’ingresso di una madre nella mente del figlio, la visione realistica della sua vita, il cervello come testimonianza di un passaggio indelebile nel tempo.
La gratitudine di una vita.
Semplicemente un respiro profondo, uno sguardo sul pulviscolo che ancora danza come una ballerina senza punte.
È una stanza cupa, buia in cui sono racchiusi gli oggetti del passato e presente, in fondo, la camera nasconde il mistero del futuro, custodito dal silenzio, a primo impatto appare il dolce ricordo del primo ciuccio, perso, e mai ritrovato, quando ancora i pianti infantili gridavano per ore, fino a quando il sonno ha cullato la pace, i primi vestiti, scarpe, e tutto ciò che racchiude la sua infanzia in un luogo solo, il padrone dell’anima, ma non è tutto dorato e anzi, i primi cerotti che coprono i lividi, le cicatrici e il sangue di lotte, mai realmente combattute.
Rimbalza all’occhio quel pallone usurato, sfiancato da calci che disorientano come un flipper infinito, in continuo loop, quel semplice oggetto rotondo che lei ha tanto odiato, i litigi serali, in cui ideali si scontravano, una frase compare come sottotitolo nella stanza, sulla televisione di nostra vita, “La scuola viene prima del calcio!”.
Una decisione corretta ma non sempre giusta, la passione come alternativa alla normalità, ora,
distrutta dal dolore, nel vedere quella sedia a rotelle senza padrone, lì, disposta casualmente nella stanza, i suoi fragili occhi lacrimano alla vista, il figlio seduto, triste, senza gioia per la vita, lasciato solo a se stesso, in una morsa di solitudine e dolore che abbandona il piacere alla natura, la pioggia che scorre sulla finestra, il contatto ghiacciato con piccole gocce, ricorda quelle di sapone nel mare in cui barche e paperelle gareggiano, affondano, per poi tornare a galla, il sorriso era comune, la vita normale.
La stanza si fa sempre più stretta, il respiro soporifero, e i sensi crollano, alla dolce melodia del canto di sirena, le palpebre si chiudono, e scompare il corpo di chi sogna la realtà del passato.
Nel cielo blu scuro, i punti di riferimento assenti, così come le stelle, vagano invisibili fra la nebbia, smog e fumo.
Un altro orologio scivola su un ripiano marrone.
Quasi le 7:00. Dove?
Il tempo spegne la danza della luna in un ballo caloroso che cerca l’amore del sole, rotondo anche nel riposo di una casa spenta, priva di luce, in cui una mano grande, sporca di lavoro, ancora scheggiata da cicatrici, incontra il freddo tramortito dal calore di quei polsi ancora energici, il marmo si scioglie sulla superficie ruvida, al contatto indifferente con la maniglia di una porta, alla ricerca del varco, la speranza di un silenzio spento. E’ un padre.
I colori fuoriescono nel bianco, come schizzi di pennello su tela, arte astratta, il vento nella tinta rosa e viola come fruscio libero dei capelli, le storie non scritte, interrotte, come l’inchiostro della penna lasciata libera di correre tra le righe, il furfante della verità.
Un diario, un quaderno, un libro, piccoli oggetti confusi sulle pareti, enormi come le pile di vestiti
riposti nell’armadio, il silenzio di chi ha chiuso la bocca nel frastuono di eventi inenarrabili.
Le scelte sbagliate unite nell’armonia di pianoforti che descrivono il silenzio della gratitudine, il dono di essere assenti.
C’è un terzo orologio che sgocciola minuti su una vecchia strada di periferia.
Sono solo le 19:00.
Le immagini si sovrappongono, il primo bacio, “Chi è quel uomo?”. Il vero amore. “Non sono io?”,
la passione si alterna nei racconti, il matrimonio come segno di degrado, risucchia la vita come una sanguisuga, quando le paure cercano la verità, uno specchio s’infrange in centinaia di pezzi di vetro,
Ti va di fare un puzzle?
L’amore, sentimento variabile che nutre e accoglie diversi pazienti, o spezza l’anima di chi perde
lacrime, è tutta questione di probabilità, come lanciare una moneta nell’aria, testa o croce, decide la vita in attimi di secondi, troppo pochi per riflettere. E’ una madre. Una donna.
La stanza si riempie di foto, uomini si susseguono nelle immagini, il dolore sprofonda nell’ignoto, il naso e la bocca mordono gli odori, e la nostalgia del passato annega in un lago di gelosia, fino a perdere la cognizione di se stesso.
Un bambino corre fra i papaveri gialli che sotto il calore del sole si abbronzano fino a diventare rossi, come la sua pelle, che muta, lui è il camaleonte, ama il silenzio delle farfalle, tra le margherite, i tulipani e le viole, non conosce limiti e dolori, l’edera velenosa è un fratello, invece sorella è la morte, una famiglia numerosa con a capo lei, madre natura.
Avanzano liberi aloni e segmenti di mistero nelle stanze, piccoli passi si sperdono senza direzione fino a quando una maniglia dorata splende tra le anonime pareti, il bianco inizia a mutare, fino a diventare un grigio chiaro, il bagliore del sole notturno è arte in movimento, un affresco mai realizzato, ora nella culla di un’artista, il figlio trova risposte a linee mai realmente comprese, dubbi di paure e felicità d’amore, spezzano i quadri di passanti che volano tra i dipinti.
Lo sguardo giovane si scontra con il timore di un uomo che affoga la tristezza nel sapore salato, una birra come antipasto e la perdita temporanea della memoria come conseguenza delle sue azioni, le sue mani grandi che colpiscono, feriscono, inconsapevolmente, e poi, la mattina occhi infuocati lo squadrano, ma lui non ricorda, e il silenzio vince su entrambi.
Il suo amore per le macchine, una passione sviluppata fin da bambino, le lotte tra automobili di lego e plastica nei giorni in cui la pioggia inonda il marciapiede, e la brezza solare traspare dalla finestra per creare due arcobaleni, uno dentro casa, che smorza la tinta unita e un altro che sorge e scompare tra le nuvole.
Vestiti sudati, umidi e sporchi di farina, infettano il calore della stanza, un sapore salmastro che
diventa veleno al contatto con i polpastrelli, una flagranza malata che affoga le menzogne.
Tre orologi diventano un quadro. Tre lancette che si specchiano l’una nell’altra. Il gioco di un filo
di vetro.
Tempo fermo.
Tre porte, rispondono ai dubbi di chi affronta il dolore, è mistero nella realtà, una maniglia dorata, sempre la stessa che cavalca l’onda di redenzione, perde il suo colore, come in una tavolozza in cui il colorante si mescola per creare una miscela, la loro, ha già perso identità, l’unico rimedio al passato è il perdono, scusarsi delle proprie scelte, anche se non esiste giusto o sbagliato, perché per creare armonia bisogna ballare tutti sulla stessa barca, per annientare il terrore di chi teme i suoi sentimenti, e sconfiggere la lotta con se stesso.
Tre porte.
Anzi una sola.
In cui le memorie si ritrovano in una sola stanza, un luogo di pace e silenzio, regna il rispetto nella quarta porta, denominata fenice, il punto di rinascita, da cui ripartire, per accendere il buio in fondo alla camera, alla scoperta del futuro, che come i libri sepolti sugli scaffali attendono qualcuno, qualsiasi persona che desideri sfogliare quelle pagine polverose, per battere la forza dell’ignoto, l’aura di mistero.
Perché ciò che ferisce è quello che non si conosce, l’ignoranza è l’unica arma letale capace di tediare senza creare cicatrici visibili sulla pelle o lividi sulle guance, quello che fa veramente male sono le parole, sono pallottole che cadono come macigni, sono capaci di confinare le persone ad una solitudine personale, come un labirinto senza uscita, grati costruttori di uscite possibili.
Simone Scapino
PDM Torino – Torino
LA LUNA E IL GATTO
Con il suo immenso splendore notturno, la Luna illuminava le notti della città, vegliando sul
sonno di tutti i suoi abitanti, pronta a inviare il suo aiutante speciale, qualora qualcuno
avesse difficoltà a prendere sonno e a raggiungere i suoi sogni.
Il piccolo aiutante, da bravo Gatto, arrivava in silenzio, con il suo passo felpato e delicato;
aiutato dall’oscurità della notte, passava inosservato con il suo manto nero e i suoi grandi
occhi verdi vigili e astuti.
Ogni volta che la sua amica Luna lo inviava da chi non riusciva a prendere sonno, arrivava
con il dolce suono delle sue fusa e faceva cadere in un sonno profondo e tranquillo chi ne
aveva bisogno, e con il suo dolce musetto si strofinava sulla tempia del fortunato che così
poteva godere di sogni felici.
Poi, con la stessa delicatezza con cui era arrivato, se ne andava.
Il suo era un servizio davvero prezioso.
La sua grande amica Luna era davvero felice che le cose funzionassero tanto bene.
Durante il giorno controllava come procedeva la vita della cittadina e un giorno si accorse
che, nel pieno delle normali attività, le persone difficilmente ringraziavano per le gentilezze
che venivano concesse loro e non si accorgevano delle meraviglie che li circondavano,
della Natura e della preziosità delle forme di vita da essa create.
Si limitavano ad alzarsi la mattina e a vivere la loro giornata ma…
…La gratitudine per tutto ciò che arricchiva la loro esistenza non appariva mai.
La parola “grazie”, anche solo recitata intimamente nei loro pensieri, non faceva parte del
loro linguaggio.
La Luna era molto dispiaciuta di questo, perché la gratitudine per lei era un aspetto molto
importante nella vita di ogni giorno.
Così decise di inviare il suo fido alleato a raccogliere informazioni.
Il Gatto, con la sua magia, incantò diverse persone e venne a sapere che gli umani avevano
perso il senso della meraviglia, la maggior parte di loro non mostrava gratitudine, non solo
per le accortezze e gentilezze ricevute ma anche per ciò che la vita stessa offre.
Il Sole e la T erra, il vento, gli incontri, i rapporti umani… tutto era dato per scontato, le
persone difficilmente si rendevano conto della ricchezza attorno a sé.
La Luna, a conoscenza della tragica situazione, ci rimuginò sopra, e infine decise di dare
loro un insegnamento.
Quella stessa sera, al calar del sole, fece scendere sulla città una leggera nebbia con riflessi
arcobaleno, tutti gli abitanti ne vennero ammaliati.
Così in quell’aura, Luna parlò agli umani.
“Vi ho osservati a lungo e a malincuore mi sono resa conto che il sentimento della
gratitudine non fa parte del vostro quotidiano.
Io e il mio piccolo aiutante ogni notte vi regaliamo sonno e sogni felici, ma al vostro risveglio
e durante il corso della vostra giornata date per scontata ogni cosa che vi circonda.
Provate a gioire delle vostre ricchezze, altrimenti mi troverò costretta a intervenire più sulla
serenità delle vostre notti.”.
Le persone si guardarono perplesse, incredule, non capivano esattamente cosa stesse
succedendo, sembrava loro di vivere un sogno un po’ troppo realistico. La Luna poteva
davvero parlare? Poteva forse decidere per le loro vite o dire loro come comportarsi? La
situazione aveva del surreale.
Non appena la Luna tornò ad occupare il suo posto nel cielo, il velo di magia si dissolse e
ognuno tornò alla propria vita, senza peraltro portare con sé il minimo ricordo delle parole
udite; restava solo una leggera strana sensazione.
La Luna quella notte non si mostrò, restò nascosta con il favore delle nuvole, niente Gatto a
portare bei sogni e serenità.
La notte seguente fece lo stesso, e così quella dopo ancora.
Gli umani inizialmente non diedero importanza alla cosa, d’altronde succedeva a volte che la
Luna non si presentasse. Ma quella volta era diverso. Dopo qualche giorno l’umore delle
persone iniziò a risentire di quell’assenza, sembrava che mancasse qualcosa, quel po’ di
magia che rendeva le giornate migliori.
Il sole splendeva ma non rallegrava, l’acqua scorreva ma non rilassava, i fiori sbocciavano
ma non portavano sorrisi, gli uccelli cantavano ma non producevano melodia. Gli umani
stessi erano incapaci di trasmettere e di ricevere la felicità.
Ogni persona iniziò ad avere la sensazione, sempre più reale, che la Luna avesse davvero
parlato alle coscienze, che forse voleva la pena provare… così un uomo iniziò con il donare
un sorriso a una persona incontrata; questa, a sua volta arricchita da quel sorriso, aiutò
un’anziana signora con la pesante borsa della spesa, chi vide la scena fu spinto a dare un
altro aiuto e dell’altro affetto, il sostegno verso gli altri e la gratitudine che ne derivava stava
dilagando nel vero senso della parola. Gli umani assaporarono nuovamente la sensazione di
aiuto reciproco, di amore e di stupore.
Consapevole di quelle sensazioni, Gatto chiese alla Luna di tornare ad illuminare i cuori
umani.
Avevano raggiunto il loro scopo, avevano restituito al genere umano la capacità di
sorprendersi di fronte alla bellezza che prima avevano dato per scontata.
Alice Bernabucci e Tania Fava
IIS CUPPARI SALVATI – Ancona
GIORNO ZERO
Era stata la mattinata più stressante dell’ultimo mese a lavoro e quando entrai nel vialetto di
casa mi accorsi che la buca della posta era piena. Presi dal mazzo di chiavi quelle per
aprirla e allungai la mano all’interno facendo non poca fatica per afferrare i vari foglietti
presenti. Il mio sguardo passò dal volantino del supermercato alla busta della bolletta della
luce e al solo pensiero ero preoccupato, nonostante avessi già visto che l’ammontare non
fosse esagerato. Pensavo di aver preso tutte le lettere, ma ad un tratto notai che c’era un
piccolo bigliettino accartocciato sul fondo; feci molta fatica per prenderlo e, una volta nelle
mie mani, notai che era un po’ sbiadito. Lo presi e decisi di portarlo in casa per leggerlo in
piena tranquillità.
Dopo aver appoggiato la giacca sulla sedia del tavolo da pranzo, immerso in un’atmosfera
estiva, mi misi seduto sul piccolo divano presente nella stanza e aprii il bigliettino. Rimasi un
po’ scosso e mi sentii leggermente agitato dopo averlo letto. Era così strano ed insolito, non
ero sicuro neanche di aver letto bene, perciò andai a recuperare i miei occhiali e lessi di
nuovo il foglietto. Il contenuto era sempre lo stesso e l’ansia dentro di me piano piano stava
salendo. Era indicato un indirizzo, ma la cosa inquietante era un’altra: la data del 17 luglio
2023.
Accesi immediatamente il mio telefono per controllare che giorno fosse, era proprio il 17
luglio 2023. Pensai che fosse una strana coincidenza, forse era stato messo da qualche
giorno insieme alla posta, poi girai il bigliettino e sul retro vidi un’altra data scritta con una
calligrafia molto elegante e sinuosa: 13 novembre 2022. Possibile che quel bigliettino fosse lì
da quasi un anno e io non me ne fossi mai accorto?
Cominciai a dubitare di me stesso e della mia lucidità, anche perché nell’ultimo periodo i
miei amici e colleghi mi avevano fatto notare molte mie dimenticanze e stranezze, ma non
avrei mai pensato di arrivare a tal punto. Non volevo crederci, ma tutto mi stava portando a
ciò. Nel mentre mi accorsi di non avere la valigetta del lavoro così riposi il foglietto nella
tasca posteriore dei pantaloni e corsi in auto sperando di trovarla nel bagagliaio. Vidi che era
scivolata nell’abitacolo, la afferrai e tornai verso casa.
Sull’uscio mi venne incontro Margherita Gasparelli, la mia vicina. Aveva un’espressione
sconvolta, così la invitai a dirmi il perché della sua visita. Lei mi disse di aver trovato un
biglietto nella cassetta della posta qualche minuto prima, ma non riusciva a comprenderne il
significato. Incredulo per la coincidenza estrassi il mio dai pantaloni e confrontammo le date
e l’indirizzo. Era tutto identico. Poi degli schiamazzi in strada attirarono la nostra attenzione,
ci voltammo e uscimmo dal cancello per controllare cosa fosse accaduto.
Tutti stavano cercando il significato di quel bigliettino, sperando di trovare maggiori
informazioni, confrontandosi l’uno con l’altro.
All’improvviso ad un uomo della casa in fondo alla stradina venne un’idea. Cercò di farsi
sentire il più possibile e di far raggruppare i presenti intorno a lui. A gran voce disse che
avremmo dovuto seguire le indicazioni e andare all’indirizzo indicato per scoprire cosa ci
fosse. Sentii dei mormorii di approvazione e perciò decisi di seguire il consiglio e mi
incamminai verso la meta, nonostante dentro di me fossi molto titubante e avessi paura di
ciò che sarebbe potuto accadere. All’improvviso qualcuno chiese se ci saremmo dovuti
separare, continuando individualmente. Ed effettivamente aveva ragione, non sapevamo
realmente se ognuno di noi aveva lo stesso indirizzo. Così iniziammo a dividerci fra di noi in
base alla via.
La mia indicazione era la stessa di Margherita e di altri due uomini. Uno di loro mise
l’indirizzo sul navigatore e ci avviammo. Andai a parlare con il signore che ci avrebbe
condotto nel luogo indicato e gli chiesi quanto sarebbe stato lungo il percorso. L’uomo mi
disse che era un chilometro e poco più di camminata e perciò avremmo impiegato poco più
di dieci minuti.
Il tragitto trascorse silenziosamente visto che ognuno era assorto nei suoi pensieri
cercando di immaginare ciò che ci avrebbe atteso a fine percorso.
Ad interrompere il silenzio fu l’uomo con il navigatore, quella di fronte a noi era la via indicata
nel foglietto. All’improvviso un’assordante tuono ci fece sobbalzare: il cielo divenne in pochi
secondi di un grigio scuro come l’antracite e una voce iniziò a parlarci:
-Siete stati scelti per testare la gratitudine dell’essere umano. Dovrete affrontare una sfida
che non tutti vinceranno, nel peggiore dei casi rischierete la morte.
I presenti iniziarono a dire di non voler partecipare ad alcuna gara, di avere altre priorità e
che era tutta una farsa. Ci fu un secondo tuono che fece ammutolire i presenti.
-Non è possibile tirarsi indietro, il vostro destino è segnato, ormai è troppo tardi. L’unica cosa
che potete fare è vincere la sfida e sopravvivere.
Margherita mi si accostò per chiedermi cosa ne pensassi notando il mio silenzio. Le dissi
che non avrei avuto nulla da perdere visto che non avevo né una famiglia né qualcuno a cui
importasse di me.
Un fulmine cadde a qualche metro da noi e perciò insieme agli altri ci avvicinammo.
Comparve una nuvoletta di nebbia da cui uscì una voce:
-Il gioco è semplice: dovrete camminare lungo questa strada e rivelare la cosa a cui siete più
grati della vostra vita. Se sarà la verità, la troverete in fondo alla via, al contrario la perderete
e morirete.
Margherita si fece avanti per affrontare la sfida prima di tutti. Gli altri due uomini le chiesero
perché si stava proponendo per iniziare e la signora rispose dicendo che era certa della
risposta da dare. Così la vedemmo incamminarsi mentre scompariva nella fitta nebbia che
occultava la strada. Dopo qualche minuto la nube si dissolse e vedemmo Margherita
abbracciata a suo marito in fondo alla via che ci urlava di non temere nulla perché la sfida
era semplice e che ce l’avremmo fatta.
L’uomo che ci aveva condotti fino a qui disse che voleva essere il secondo e farla finita con
questo gioco, così si addentrò nella foschia che ricompariva ad ogni turno. Passò più tempo
rispetto a quello impiegato da Margherita e in fondo alla via, io e gli altri due partecipanti,
non vedemmo nessuno.
Nuovamente un fulmine fece apparire un’altra nuvola che ci informò del fatto che il
giocatore non aveva superato la prova e che di conseguenza era morto.
Ero pronto ad affrontare la mia prova quando l’altro concorrente mi disse che voleva
assolutamente andare lui per primo perché non voleva essere l’ultimo. Decisi di
accontentarlo e lo feci passare. Passò del tempo, avevo già perso le speranze di vederlo
ricomparire, ma la nuvoletta che ci aveva avvertiti della precedente scomparsa, non mi
aveva ancora raggiunto. Infatti poco dopo vidi la nebbia dileguarsi e l’uomo in fondo che mi
spronava .
Finalmente era il mio turno, non sapevo se essere felice o meno poiché non avevo ancora
trovato la soluzione al quesito. Feci un gran respiro e mentre mi incamminai pensavo a
quale risposta dare perché, in base a ciò che sceglievo, la mia vita sarebbe cambiata.
Lungo il percorso mi chiesi di cosa fossi realmente grato nella mia esistenza. Ero arrivato a
metà strada e non avevo ancora trovato una risposta, sapevo che il tempo stava per
scadere, ma non potevo indugiare ancora.
Ad un tratto vidi comparire un muro di nebbia a qualche metro da me, si stava avvicinando,
mi voltai nella direzione opposta e mi accorsi che un’altra nube era dietro di me. Capii che
non avevo altra via d’uscita.
In pochi secondi sarei stato avvolto dalla nebbia, e non sapendo cosa fare, chiusi gli occhi
sperando di provare meno dolore possibile.
Passarono degli attimi interminabili finché non avvertendo sofferenza, decisi di aprire gli
occhi.
Ero incredulo. Mi trovavo in una stanza bianca con una grande finestra sulla destra, il cielo
fuori era nuvoloso e quando misi a fuoco dove ero sdraiato riconobbi di essere su un letto.
Quando spostai lo sguardo di fronte a me, notai due uomini che mi stavano già osservando.
Uno di loro mi chiese come stavo e se sapevo perché ero lì. All’improvviso una forte fitta mi
provocò un dolore lancinante alla testa. Risposi all’uomo che non mi ricordavo nulla,
neanche il motivo per il quale mi trovavo in ospedale. I due uomini si scambiarono
un’occhiata e poi mi dissero che avevo avuto un incidente con l’auto tornando dal lavoro e
avevo riportato profonde lesioni su tutto il corpo, mi avevano operato d’urgenza ed ero stato
in coma per un mese.
Conobbi i particolari dell’incidente e scoprii che l’uomo a fianco al medico era colui che mi
aveva per primo assistito, dato che il colpevole era scappato senza aiutarmi, non
degnandosi neanche di chiamare i soccorsi.
Non potevo credere a ciò che avevo appena sentito: ero vivo solamente grazie a quell’uomo,
se l’ambulanza non fosse stata chiamata all’istante, avrei riportato danni permanenti e
probabilmente non ce l’avrei fatta.
Durante la mia permanenza in ospedale, altri dottori mi domandarono se ero certo di non
ricordare niente e io ho sempre confermato ciò, ma in realtà ho questo ricordo della strada
della gratitudine alla quale finalmente so dare la risposta. Quell’uomo. È solo merito suo se
sono ancora vivo e grazie a lui ho realmente capito l’importanza della vita e del dover essere
grato per tutto ciò che si ha indipendentemente dagli ostacoli che si incontrano.
Andrea Sacco
Istituto Giacomo Quarenghi – Bergamo
EDOARDO VA A OVEST
Questa è la storia di mio padre il mio eroe.
Non ero ancora nato quando mi fu diagnosticato un glaucoma bilaterale congenito,
una malattia degli occhi. Non era una semplice malattia, anzi questa poteva portare
alla cecità totale. La mia famiglia non era di sicuro pronta a una notizia del genere e
comunque non era neanche il momento adatto.
Nel 1970, a Botticino, paese in cui sono nato, tutti si conoscevano. I miei genitori ave-
vano un bar proprio nella piazza del piccolo paesino in provincia di Brescia. Mio padre
era un campione di bocce e tutti lo conoscevano perché nella zona erano solo in due
persone ad avere la mitica Renault 5 di colore verde acido e lui era uno dei due! Mia
sorella all’epoca aveva circa 7 anni, fu lei a scegliere il mio nome: Edoardo.
Un nome che significa “ricco guardiano, difensore della propria ricchezza”; lei voleva
un fratello che potesse difenderla da tutto e da tutti. Purtroppo questo non accadde.
Verso gli 11 anni ebbi il mio primo intervento per il glaucoma. Un professore, che
all’epoca mi aveva in cura decise di operarmi. Quello fu l’inizio di tanti interventi, che
culminarono col distacco della retina e conseguente perdita improvvisa della vista.
Un giorno mi svegliai e tutto fu diverso: sentivo, parlavo, gustavo e annusavo ma non
era lo stesso, non potevo più vedere con chi stavo parlavo, non potevo vedere cosa
mangiavo.
La mia vita cambio radicalmente!
Mia mamma non riuscì a sopportare tutto questo, non era pronta e cadde in depres-
sione. Mia sorella che ormai era grande cercò di aiutarla ma ogni azione fu inutile. Lei,
in una mattina di Maggio in piena primavera scomparve. Mi ricordo ancora le grida e
la sofferenza di mia sorella che assistette a tutto questo. Per mia nonna materna fu un
grande dolore, ricordo che nei periodi successivi all’accaduto, lei cercò di essere la più
utile in famiglia. Con lei avevo un profondo legame. Mi aiutò tantissimo. Dopo le me-
die stetti a casa, non riuscii a frequentare le scuole superiori. Mia sorella andò invece
ad un liceo artistico, ogni mattina verso le 5 partiva per poi ritornare la sera ed era
sempre piena di impegni. Io invece passavo le mie giornate con mia nonna in casa; lei
mi insegnò a cucinare, sopratutto a fare le torte con il fantastico “Bimby 3300”, a fare
le pulizie e anche a lavare e stendere. Penso che senza di lei tutt’oggi molte di queste
faccende non sarei in grado di farle. Mio padre, dopo la scomparsa di mia madre, ebbe
un momento di smarrimento:
spesso si estraniava e non riconosceva la sua famiglia. Arrivò anche a vendere il bar
con l’area esterna attrezzata con i percorsi delle bocce.
La mia famiglia si trovò in un momento di stallo.
Gli anni passarono e tutto continuò fino a quando mia sorella terminò le superiori. In
quel periodo iniziai a fare alcuni lavoretti. Grazie ad un amico feci il contabile in un ne-
gozio di parrucchiere, quindi imparai ad utilizzare la cassa e a contare ancora le vec-
chie lire anche se la mia vista non poteva aiutarmi. Dopo questa esperienza iniziai
quindi a capire realmente in cosa ero finito e che cosa dovevo realmente fare per po-
ter vivere come tutti. Quando capita una cosa del genere non riesci a ragionare con
lucidità, capisci che nulla sarà più come prima e hai due strade o ti lasci compatire op-
pure cerchi di reagire, vi lascio immaginare la strada che ho scelto io.
Se manca un senso, gli altri sensi si acutizzano: cominciai a toccare le cose avendo il
vantaggio di riconoscerle perché già viste, imparai il braille, cioè la scrittura dei non
vedenti, grazie a una volontaria dell’unione italiana cechi e dopodiché frequentai un
corso da centralinista che durò un anno; conobbi altri ragazzi che erano nelle mie con-
dizioni. Tra questi c’era una ragazza interessante, lei mi capiva perché gli era capitato
pressappoco quello che era capitato a me. Presto l’amicizia si trasformò in qualcosa di
più e ci mettemmo insieme, inseguito decisi di trasferirmi a Bergamo dove lei viveva
con la sua famiglia e da lì iniziai a fare progetti per il futuro. Però mancava ancora
qualcosa: la possibilità di spostarmi in autonomia, cosa a cui tenevo in maniera parti-
colare. Scelsi tra le possibilità a mia disposizione per spostarmi il cane da guida al po-
sto del bastone bianco, perché desideravo vicino a me un compagno.
In Italia ci sono diverse scuole per cani guida; io scelsi quella di Firenze che tra l’altro
è la più qualificata.
Venni convocato dalla scuola per un open day, eravamo in molti a farne richiesta, ci
spiegarono l’iter e poi parlammo con gli istruttori che valutarono il nostro grado di
orientamento. Purtroppo scoprirono che io non riuscivo a spostarmi in uno spazio
quindi la commissione mi disse che dovevo fare un corso di orientamento e mobilità
altrimenti non avrei potuto gestire il cane. All’inizio ci rimasi male, ma poi mi resi con-
to che avevano ragione. Se non sai dove sei, come puoi sapere dove devi arrivare?
La settimana successiva la Regione Lombardia mi assegnò un istruttore di mobilità. Il
primo giorno di corso ci incontrammo al bar della stazione della città di Bergamo. Par-
lammo un po’ per conoscerci e gli raccontai la mia storia e il motivo per il quale volevo
seguire questo corso. Mi fece molto piacere sapere che collaborava con la scuola di
cani guida di Firenze.
Fatte le conoscenze cominciammo a lavorare chiaramente con il bastone bianco, lavo-
rammo all’inizio in un luogo interno per l’esattezza una scuola professionale con molti
spazi a disposizione. Chiedemmo il permesso al dirigente che accolse con curiosità la
cosa.
Il mio compito era esplorare le stanze con il bastone e anche con l’udito e capire dove
si trovava l’uscita della stanza, sembra facile a dirsi ma credetemi non lo è!
Era impressionante come l’istruttore mi lasciasse solo nella stanza salutandomi con la
frase: “ci vediamo nella prossima!”. Una volta esplorate tutte le stanze del piano, il
passo successivo fu il cambio di piano, quindi il compito fu di trovare la rampa di scale
e percorrere ovviamente il corridoio, quanto avrei desiderato un aiuto!
Nel corridoio c’è l’eco e nella tromba delle scale ve ne è anche di più. Un gradino alla
volta ed eccomi al secondo piano. In ultimo, per complicarmi la vita mi diede l’appun-
tamento fuori in giardino, per cui dovetti riscendere le scale, andare nel corridoio e
trovare la porta che va all’esterno. Pensava di mettermi in difficoltà ma con prudenza
e ascoltando i rumori riuscì a superare la prova.
Non potete immaginare la soddisfazione quando raggiungevo l’obiettivo: era come
vincere una medaglia, la sera al termine del corso ero stanchissimo ma molto felice
per i risultati.
Poi si passò ai luoghi esterni e se pensavo che l’interno fosse complicato l’esterno lo
era ancora di più: il traffico, le macchine e le persone che pensando di aiutarti, ti
prendevano sottobraccio, senza avvisare, e se non stavi attento, ti portavano dove
volevano loro facendomi perdere l’orientamento e tanto altro. Ascoltare bene i rumori
del traffico e ragionare quando poter attraversare o meno una strada è molto impor-
tante. Anche il calore del sole può darti delle informazioni cardinali perché come sap-
piamo, il sole nasce a Est e tramonta a Ovest. Negli ultimi anni ci si può anche aiutare
grazie ai percorsi tattili in terra chiamati Loges (per intenderci quelle strisce gialle fat-
te di resina nei marciapiedi) che delimitano l’arresto dove trovi le strisce pedonali, an-
che i semafori sonori, i negozi che trovi sul tuo percorso possono aiutare, per esempio
se passi davanti ad una panetteria senti il suo profumo inconfondibile e quelli diventa-
no i tuoi punti di riferimento per capire se è il percorso giusto. Dopo qualche tempo
che ragioni in questa maniera comincia a diventare meno pesante e anche perché ci si
abitua a tutto. Il tempo passava e le cose miglioravano e io ero più indipendente, il
mio istruttore era soddisfatto di me e anche io di me stesso.
A Novembre di quell’anno, mi convocarono per la consegna del cane; dovevo rimanere
15 giorni nella scuola di Firenze e lavorare con l’istruttore di Odette il mio cane. Quel
periodo lo ricordo con grande emozione, Odette, un Golden retriever nero, era spetta-
colare; lavoravamo bene insieme e mi stupivo di come lei riuscisse a farmi evitare gli
ostacoli. Diciamo che mi stupisco ancora oggi su come questi cani riescano a fare
quello che fanno e lo fanno solo per affetto e non perché vengono obbligati.
L’ultima parte del corso di mobilità l’ho fatta con Odette. Io e lei lavoravamo su per-
corsi più o meno difficili e lei cominciava ad affezionarsi e riconoscermi come padrone.
Alla fine l’istruttore disse che eravamo stati promossi!! Ero riuscito a ottenere la mia
piccola indipendenza grazie a un cane che mi avrebbe sempre aiutato a spostarmi,
una bella coppia.
Nel frattempo la mia compagna aveva appena trovato lavoro e quindi anche io iniziai a
mettermi alla ricerca. Qui posso dire che sono stato molto fortunato; molti anni prima
avevo frequentato una scuola di centralinisti e dopo aver conseguito il diploma ho
avuto l’accesso al loro albo.
In una banca cercavano in quel periodo dei centralinisti e dopo vari colloqui di assun-
zione fui assunto a tempo indeterminato. Il primo giorno mi presentai a tutti i colleghi
e non facevo che porgere la mano a tutti. Inoltre con tutti i nomi degli uffici e delle
persone mi sentivo frastornato; era tutto nuovo. Conobbi anche i miei colleghi centra-
linisti: qualcuno era non vedente e qualcuno ipovedente.
Grazie ai miei colleghi imparai ad usare la sintesi vocale per il pc per smistare le chia-
mate da passare, il numero delle telefonate era sostenuto e la giornata mi volava, i
colleghi dell’agenzia mi apprezzavano e questo faceva piacere.
Con qualche collega mi ero affiatato e andavamo a bere il caffè tutti i giorni, mi senti-
vo coccolato. Anche Odette era stata accettata, era il primo collega a quattro zampe,
non solo per me ma anche per gli altri. Fortunatamente la sua dolcezza e la missione
che aveva erano state apprezzate da tutti, i quali mi chiedevano informazioni sul mio
rapporto con lei.
Avevo tante cose da imparare e in pochi anni ero riuscito a cambiare il mio modo di
vedere la vita. Ma quando le cose si calmarono e mi ero creato una routine, cominciai
ad avere attacchi di panico, mi capitava a casa, in ufficio, ovunque e questo mi preoc-
cupava non poco. Se ero in ufficio chiamavo una collega che mi aiutasse a calmarmi,
uscivamo a prendere un po’ di aria e tutto passava. L’attacco di panico è una brutta
bestia, ti viene all’improvviso e non riesci a respirare, a parlare senza un motivo ap-
parente, ma cominciando ad andare dallo psicologo compresi di non riuscire ad accet-
tare il mio stato di non vedente, ci convivevo ma non era lo stesso. Elaborare la cosa
fu difficile e tutt’oggi non so se ci sia riuscito, diciamo che controllo la situazione e
quando ci sono i sintomi mi impongo di stare calmo pensando ad altro e nella maggior
parte dei casi, queste crisi passano.
Ogni volta che qualcuno mi chiede come sono riuscito ad essere così autonomo, gli
racconto sempre la mia storia, perché oltre alla mia determinazione devo ringraziare
anche tutte quelle persone che mi hanno aiutato a diventare la persona che sono oggi.
Partendo da mia nonna, agli istruttori fino ad arrivare alla mia amata Odette. Purtrop-
po non esiste ancora una “cura” per la cecità, però esiste la voglia di farsi aiutare. Far-
si aiutare non significa solo farsi portare in giro, farsi leggere le cose, ma significa an-
che imparare che è tutt’altro. Ovvio che non potrò mai leggere, ma il Braille posso im-
pararlo; non potrò mai fare una torta da solo, ma posso comunque imparare la ricetta
e aiutare a prepararla; non potrò mai partecipare a una maratona da solo, ma potrò
farmi aiutare da un accompagnatore e poi imparare le tecniche migliori per correre. La
mia vita ovviamente non è la stessa degli altri, lo so, è inutile negarlo, ma so anche
che posso cambiarla grazie alle mie scelte. Io devo essere veramente grato di tutte le
opportunità che ho avuto e a tutte quelle che ci saranno in futuro. Oramai siamo nel
2007, posso dire che ho avuto le esperienze più strane ma anche più uniche di qua-
lunque persona che vive sulla terra. L’anno prossimo inoltre sarà l’anniversario dei 10
anni di lavoro. Non avrei mai immaginato che un traguardo del genere lo avrei mai
raggiunto nella mia vita. Sono molto emozionato anche perché io e la mia ragazza ci
siamo definitivamente trasferiti a Osio Sotto, in provincia di Bergamo. Prima abitava-
mo dai suoi genitori, invece adesso abbiamo un bellissimo appartamento tutto per noi.
Purtroppo da un anno il mio cane guida Odette non c’è più. Quando se ne andata io
sono stato molto male, per un attimo ho pensato di non vivere più, perché anche se
era un cane, lei era la mia vista, era la mia autonomia. Adesso ne ho un’altra di nome
Rebecca. Lei è sempre nera ma è un Labrador; so già che sarà alla stessa altezza di
Odette, anche se la prima non la dimenticherò mai. Tra qualche mese avrò pure un fi-
glio; abbiamo deciso di chiamarlo Andrea. È perfettamente sano, nessun problema vi-
sivo. Sarà stranissimo! So che per lui la sua vita non sarà come quella di una famiglia
“normale” ma so che lui imparerà e anche se non è cieco, capirà cose che altri non
sanno, non perché lui diventerà più intelligente degli altri, ma perché capirà che una
persona disabile, non solo a livello visivo ma anche motorio per esempio, non si basa
su quello che fa ma su quello che ha intorno e capirà che essere grati per una perso-
na, non significa che ti sta ringraziando del tuo aiuto e basta, ma anche che in quel
momento quella persona sta imparando cose nuove grazie alla tua possibilità di vede-
re o camminare. Capirà che per una persona disabile, capire che persone che non uti-
lizzano completamente tutti i sensi, come per esempio non sapere riconoscere simboli,
oggetti, colori, (nel caso di una persona cieca) è frustante perché a differenza loro hai
ancora la possibilità di capirlo, hai ancora la possibilità di cambiare, cosa che invece
noi non abbiamo. Quando penso a questo mi ritornano in mente ricordi del passato,
quando ero in grado di vedere e capire che il percorso intrapreso era una specie di
grafico: alti e bassi che rafforzano il cammino e ci spingono a migliorare. Per me que-
sto ha significato crescere, da Brescia dove tutto è iniziato, a Firenze e infine a Berga-
mo dove sono tutt’oggi ed è infatti per questo motivo che quando vedo difficoltà e non
penso di riuscire a portare a termine un compito ripeto a me stesso: “Edoardo… tu sei
andato ad Ovest!”.