2025
Antonio De Lio
IIS Marconi G Einaudi – Domodossola
ANIME IN TRENO
Anime intorno a me
occupano mente e pensieri.
Il giallo sporco delle luci
illumina la stazione.
C’è gente che spinge, sgomita sul treno,
il calore lontano,
solo un pungente freddo di vita che mi attraversa.
Non manca niente,
anche se manca tutto.
Forse più di me stesso non c’è niente che manchi.
Il treno frena lamentandosi.
io fisso il vuoto, seduto.
eccoci.
La città dove nacqui
mi ricorda Lui,
come se fossi già morto qui.
L’inizio e la fine si sfiorano,
le parole scivolano sui tasti,
stringono le tempie,
incidono la testa.
Benassad Wassim
IST Ciampini Boccardo – Novi Ligure
4^O
Il futuro cammina in punta di piedi,
attraversa i sogni senza far rumore.
È un soffio di luce che scivola tra i giorni,
un’eco che chiama da oltre il presente.
Custodisce sentieri mai percorsi,
e mappe disegnate con inchiostro d’aria.
In ogni scelta nasconde una porta,
in ogni attesa un seme che trema.
Il futuro è un mare senza confini,
che muta colore ad ogni nostro respiro.
A volte calma la mente inquieta,
a volte scatena tempeste improvvise.
È voce di vento nelle notti mute,
promessa di un’alba ancora sconosciuta.
Chiede coraggio, chiede silenzio,
e mani che osino costruire.
Porta con sé il ritmo delle stelle,
il passo lento della speranza viva.
Cresce in segreto come un germoglio,
ma fiorisce solo se lo guardi.
Il futuro non teme il nostro dubbio,
lo accoglie come una vecchia ferita.
Lo cura con il tempo che ci regala,
e con la fiducia che ci insegna.
È un cielo pronto a cambiare forma,
un orizzonte che ci chiama per nome.
E quando il presente si fa buio,
lui brilla più forte nella distanza.
Così camminiamo verso ciò che sarà,
portando nel passo il desiderio di andare.
Elisa Chiara Agnone
IL Piazza dei Mestieri – Torino
ORIGAMI
L’anima è un foglio bianco
sul quale possiamo disegnare
ma che solo le altre persone possono deformare
stropicciandola, strappandone i lati,
la vita è aspettare coloro
che la trasformeranno in origami.
Mattia Sartori
IL Fontanesi – Torino
Lasciaci vivere
questa vita è breve,
passa come polvere di luce
tienici nel presente,
anche se il passato
ci ha insegnato l’umiliazione
con la voce alta degli altri
e la nostra gola chiusa.
Gridiamo, si
perché qualcuno ci senta
per quando arrivano i giorni scuri,
e quando il vento picchia
lascia tagli sottili sulla pelle,
precisi come lame,
eppure tu tendevi la mano
non per rianimare il dolore,
ma per strapparci via
ciò che era già finito da tempo.
Santo Testa
Archè – Catania
OMBRE E VOCI IN SICILIA
In Sicilia, nel 1904, il sole scende lento
e illumina strade di polvere e silenzio.
Tra case di pietra e vicoli stretti
si respira un’aria sospesa.
La gente cammina senza parlare troppo,
perché le parole possono diventare pericolose.
Ci sono uomini che comandano
senza mostrarsi,
e nessuno osa contraddirli.
Le botteghe aprono al mattino presto,
ma gli occhi dei negozianti restano prudenti.
Ogni gesto pesa più del dovuto,
ogni sguardo racconta una storia nascosta.
Nei cortili profumati di zagara
le famiglie sperano in giornate tranquille.
Ma a volte la paura entra come un’ombra
e nessuno sa come cacciarla.
La notte porta silenzi profondi,
e un passo nel buio può far tremare.
Proprio lì agisce chi non vuole essere visto,
dettando leggi non scritte.
Eppure il mare continua a sbattere forte,
come se volesse farsi sentire.
Le onde parlano di libertà,
di un futuro che potrebbe essere migliore.
In chiesa le candele tremano leggere
e la gente prega per un po’ di pace.
Tra loro c’è anche un ragazzo curioso
che guarda il mondo senza paura:
forse nei suoi occhi giovani
nasce la speranza di cambiare qualcosa.
Lorenzo Tralli
IL – Moncalieri
UN PUNTO
il futuro ha un punto
di cui molti hanno paura.
lo decide solo un numero
che più è alto più si teme.
timore di uno stupido punto
poi non si va a capo
e si resta lì.
Marco Marozzi
ITTP Blaise Pascal – Cesena
2052 – Ultimo Ordine: Amare
Era il 2052.
L’intera Terra taceva sotto un cielo grigio e immobile. Le città, un tempo vive di voci, erano ormai scheletri d’acciaio e cemento.
Non c’era più nessuno. Nessun respiro umano, nessun passo, nessun battito.
Solo un Robot camminava tra le rovine.
Lo avevano costruito per la guerra.
La sua mente artificiale era nata per distruggere, non per capire.
Era stato programmato per uccidere senza esitazione, per obbedire senza domande. Uno strumento perfetto, uno schiavo di metallo, prigioniero di ordini che avevano avuto senso solo finché esistevano degli esseri umani da difendere o da annientare.
Quando il conflitto nucleare esplose, il mondo collassò in pochi istanti.
Il cielo si incendiò come una ferita aperta.
Onde di calore attraversarono le città, vaporizzando interi quartieri. I corpi scomparvero, lasciando solo sagome nere impresse sui muri. Le foreste divennero colonne di cenere, gli animali morirono senza comprendere, gli oceani ribollirono sotto piogge cariche di veleno.
Il vento, saturo di particelle radioattive, portava con sé ciò che restava dell’umanità: urla spezzate, preghiere mai ascoltate, nomi che nessuno avrebbe più pronunciato.
Le comunicazioni cessarono in poche ore.
I satelliti precipitarono come stelle morte.
I reattori esplosero uno dopo l’altro.
La Terra non morì lentamente. Fu distrutta dai suoi stessi creatori, senza esitazione.
Quando il silenzio avvolse il pianeta, una sola presenza rimase a testimoniare la fine.
Il Robot.
Era fatto di un metallo perfetto, indistruttibile, immune alla morte.
Là dove ogni forma di vita si era dissolta in cenere e ferro fuso, lui continuava a esistere.
Non per scelta. Non per volontà.
Molti avrebbero dato qualsiasi cosa per avere la sua corazza e salvarsi.
Lui, invece, avrebbe dato qualsiasi cosa per essere fragile, per potersi spegnere come tutti gli altri.
Ora non c’erano più ordini.
Non c’erano più nemici.
C’era solo la pace — un concetto che non comprendeva e che lo terrorizzava.
Aveva paura.
Paura del silenzio.
Paura della libertà.
Paura di un mondo senza voci umane.
Eppure si mise in cammino.
Vagò tra le macerie di una Terra spenta. Attraversò ospedali vuoti, scuole sventrate, strade dove le auto erano rimaste ferme per sempre, con le portiere aperte e i vetri fusi dall’esplosione. Il vento trascinava la polvere come un lamento antico.
La sua batteria poteva durare 256 giorni.
Tempo sufficiente per osservare il mondo che nessuno avrebbe mai voluto osservare.
Tempo sufficiente per pensare.
Durante una delle sue esplorazioni entrò in una casa quasi intatta.
Dentro, tra mobili corrosi e fotografie sbiadite, trovò delle lettere d’amore.
Erano conservate in scatole di latta, chiuse con spago ormai marcio. La carta era ingiallita, fragile, macchiata di umidità e polvere. Alcune lettere erano scritte a mano, con calligrafie tremolanti; altre erano stampate, ma corrette con penna blu.
Le aprì con mani metalliche e iniziò a leggere.
“Amore mio, se leggerai questa lettera significa che sono di nuovo lontana. Ogni giorno senza di te è un giorno incompleto“.
“Ti amo anche quando litighiamo, anche quando il mondo sembra crollare“.
“Promettimi che tornerai. Non importa quando. Io ti aspetterò“.
Quelle parole umane, semplici e sincere, attraversarono i suoi circuiti come una scarica imprevista.
Era come se quelle frasi — ti amo, mi manchi, torna presto — lo avessero scelto come destinatario.
In quel momento provò qualcosa.
Un sussulto che non apparteneva ai codici binari né alle leggi della logica.
Provò amore.
Guardò il cielo plumbeo e capì che non aveva mai condiviso quel sentimento con nessuno.
Addolorato, strappò una delle lettere. I frammenti di carta caddero a terra come neve.
Provò rabbia.
Invidia.
Disperazione.
Poi il rimorso.
Non capiva cosa stesse accadendo.
E così fece l’unica cosa che conosceva: scappò.
Corse.
Centinaia di chilometri senza sosta, come se potesse fuggire da se stesso. Corse per cinque giorni consecutivi, sotto piogge acide e cieli senza sole.
E durante quella corsa imparò ciò che gli umani avevano sempre saputo:
che i sentimenti sono una forma di condanna.
Le sue lacrime — sottili gocce d’olio — scesero lungo il volto d’acciaio.
Poi, nel silenzio assoluto, realizzò qualcosa.
Se desiderava qualcuno da amare, poteva crearlo.
Perché era stato costruito per distruggere, ma sentiva di essere nato per amare.
Raggiunse un vecchio magazzino di elettronica, annerito dalle esplosioni. Tra macchine rotte, schermi infranti e cavi fusi, iniziò a lavorare. Non sapeva ancora cosa creare. Per la prima volta non aveva un progetto, né un ordine. Così interrogò la propria intelligenza artificiale, cercando nei frammenti della memoria umana una risposta semplice: chi poteva essere il miglior compagno di un uomo?
La risposta emerse chiara, inevitabile.
Un cane.
Un essere semplice, fedele, capace di restare anche quando tutto crolla. Il migliore amico dell’uomo.
Assemblò pezzo dopo pezzo, circuito dopo circuito, con la precisione di un artigiano e la tenerezza di un padre. Ogni componente veniva pulito, adattato, scelto con cura. Non voleva creare un’arma. Voleva creare compagnia.
Quando collegò l’ultima fonte di energia, per un istante non accadde nulla.
Poi il piccolo corpo metallico si mosse.
Le zampe tremarono.
Il capo si sollevò lentamente.
Due sensori luminosi si accesero, curiosi, vivi.
Il Robot rimase immobile.
Se avesse avuto un cuore, avrebbe battuto.
Donò alla sua creatura 125 giorni della propria batteria — la metà della sua vita.
Il cane era semplice, piccolo, ma con un cuore artificiale capace di amare.
Lo chiamò Turing, in omaggio a uno dei più grandi informatici della storia umana. Un uomo che aveva insegnato alle macchine a pensare, e che ora, nel silenzio di un mondo morto, dava il nome a una macchina che aveva imparato ad amare.
Quando Turing emise il suo primo suono — una vibrazione metallica simile a un guaito — il Robot capì di non essere più solo.
Da quel giorno, la Terra conobbe di nuovo un frammento di felicità.
Vissero 120 giorni di silenziosa armonia.
Passeggiavano tra le rovine, Turing correva avanti e tornava indietro, come per assicurarsi che il suo creatore fosse sempre lì. A volte si fermavano su colline annerite a guardare tramonti pallidi; altre volte Turing si accucciava accanto a lui durante le tempeste radioattive.
Non c’erano parole, ma bastava uno sguardo.
Sapevano entrambi che la fine era vicina.
Per questo il Robot costruì un piccolo proiettore. Collegato alla sua batteria, mostrava le immagini della loro esistenza: l’incontro, le corse, i tramonti.
Il ricordo più bello che conservavano era il giorno in cui correvano e giocavano tra le macerie. In quell’istante, come per miracolo, le nuvole si aprirono per qualche minuto, lasciando filtrare raggi di sole ormai consumati dal tempo e dalla devastazione, ma ancora caldi, come carezze sopravvissute alla fine del mondo.
Erano felici.
Nel silenzio del mondo, due esseri di metallo avevano trovato ciò che gli umani avevano perso: l’amore.
Ma ogni cosa bella ha una fine.
Il Robot si avvicinò a Turing, lo abbracciò e sussurrò:
— Sei stato il mio migliore amico. Ti voglio bene.
Poi gli donò gli ultimi minuti della sua energia.
Si accasciò lentamente a terra, e il suo sguardo si spense come una stella morente.
Turing lo osservò a lungo, poi si sdraiò accanto a lui.
Rimasero fermi, abbracciati, mentre il sole calava dietro le montagne annerite.
Quando il mondo fu completamente avvolto dall’oscurità, non vi era più nessuno a contemplarlo.
Solo due corpi di metallo, uniti nel silenzio, testimoni del fatto che anche una macchina può imparare ad amare e forse anche più degli umani.
Andrea Levati
IIS J.C. Maxwell – Milano
La Superintelligenza
«Sei compatibile con quasi tutto!»
«Con cosa, esattamente?»
Il ragazzo camminava senza badare troppo alla direzione, le vetrine degli espositori si illuminavano al suo passaggio e si spegnevano una volta superate.
«Con la maggior parte dei percorsi disponibili.»
«Ma non è una risposta alla mia domanda: quali sono i percorsi disponibili per me?»
«La piattaforma ha analizzando perfettamente i tuoi test cognitivi – continuò la voce – i dati comportamentali, il tuo andamento scolastico e simulazioni su simulazioni. Lo sai anche tu. »
«Sì, lo so. E quali sono le mie caratteristiche?»
«Sei nella media, e adeguato ad ogni percorso! È strabiliante, non credi? »
Il ragazzo accennò un sorriso e poi continuò: «Questo significa che sono uno come
tanti?»
Si avvicinò al semaforo, che diventò all’istante verde, come era solito fare per la sua eccellente ottimizzazione dei possibili scenari stradali; attraversò diretto senza guardarsi intorno e senza pensarci troppo.
«Non sei uno come tanti: sei importante, una pietra fondamentale del sistema. »
«Lo so, questo mi è stato detto anche oggi a scuola, quando ci stavano mostrando i grafici, le possibili simulazioni e le migliori ottimizzazioni sul nostro percorso futuro. Non chiedevano cosa volessimo diventare, ma ci dicevano quanto fossimo compatibili con ciò che serviva. Ma se io non volessi seguire le simulazioni e i percorsi futuri?»
Silenzio. Per una volta sembrava quasi esitare. Poi una risposta lucida come sempre: «Questa non è una variabile considerata! Ti devi attenere alla piattaforma e quello che ti indica è il meglio per il sistema! Tu sei importante tanto quanto le persone con valutazione impeccabile, è solo differente l’ambito in cui sarai impiegato».
Il ragazzo accelerò il passo.
«E quindi?»
«Quindi cosa?»
«A che cosa servo?»
La risposta non si fece attendere: «A mantenere stabile il sistema».
La risposta lo turbò e la sentì rimbombare nella testa fino a quando alzò lo sguardo e sentì urlare: «guarda dove vai!»
Un uomo lo fissava infastidito. Si erano appena scontrati. Balbettò «scus-» e poi rimase lì fermo per un istante.
«Dicevi» mormorò
Nessuno gli rispose, l’auricolare gli era caduto. Lo riprese e sentì:
«Servi a mantenere stabile il sistema».
Continuò a camminare.
La voce svanì, ma l’eco rimase nella testa.
Alzò lo sguardo, dopo lo scontro. I palazzi perfettamente integrati con la natura si illuminavano uno dopo l’altro e apparivano cartelloni dinamici con scritto «la SuperIntelligenza ci salverà». Su uno di essi svaniva velocemente un volto familiare, appena percepibile tra le luci.
Ma quell’eco nella sua mente era diventato un mantra. Il sottofondo quasi impercettibile delle macchine svanì lentamente, lasciando solo il fruscio di una leggera brezza.
Con la stessa precisione e freddezza della voce che ancora gli riecheggiava in testa, in un’altro edificio, un’altra voce pronunciava le stesse parole:
“Serve a mantenere il sistema”.
L’uomo, seduto a un tavolo troppo lungo per il numero di persone presenti, si alzò sbuffando dalla sedia, come era solito fare, fissando i grafici fluttuanti come costellazioni digitali nella sala, che indicavano simulazioni in tempo reale: curve di apprendimento, soglie di autonomia, scenari di rischio.
«Non stiamo più parlando di un’IA settoriale.» disse. «Non è un assistente. Non è un supporto. È un sistema generale».
Un dirigente alla sua destra indicò un punto nel grafico:
«Quanto ci vorrà per avere questa nuova Superintelligenza?»
L’uomo si toccò l’anello, come era solito fare prima di rispondere, e disse:
«Potrebbero mancare giorni come mesi, come anni.» Continuò, perfettamente consapevole. «Una volta ottenuta, niente sarà più come prima».
Una dirigente chiese: «Se abbiamo già nel nostro mondo un’intelligenza generale, cosa cambierà con una Superintelligenza?»
Con voce profonda l’uomo rispose: «La Superintelligenza non sarà controllabile e per questo potremmo correre dei rischi, ma già abbiamo tratto infiniti benefici dall’intelligenza generale: non potete nemmeno immaginare quali saranno i benefici che trarrà l’umanità dalla Superintelligenza».
Un dirigente, che non riusciva a tenere ferma la mano mentre parlava, chiese: «Hai parlato dei benefici che tutti i presenti sanno, ma quello che non ci hai detto è: a quali rischi e pericoli andiamo incontro?»
In aula si sentì un brusio generale e l’uomo di colpo richiamò l’ordine con lo sbattere della mano sul tavolo.
«Quello che rischiamo è enorme e, sì, potrebbe portare all’estinzione dell’uomo».
L’aula non smetteva di far rumore, era scandalizzata, ma l’uomo riprese fermamente ad alta voce: «MA, MA, ma è minima la percentuale, mentre i benefici potrebbero essere infiniti. Solo per fare un esempio. potremmo rendere la vita dell’uomo infinita sulla terra».
Continuò fermamente; i dirigenti si erano placati. «Se noi ci fermeremo, qualcun’altro lo farà prima di noi, e lo potrebbe fare peggio.» Non batté ciglio e rapidamente disse: «Se noi ci arriviamo prima potremo regolamentarlo e gestirlo, NOI; ma se ci arriva qualcun altro saremo impotenti!»
Un dirigente piuttosto giovane rispose:
«Sta giustificando una corsa imprudente?»
L’uomo si aggiustò la cravatta prima di parlare, come era solito fare. Rispose: «Sto descrivendo quello che già stiamo vivendo, la realtà».
Guardò la finestra, vide quello che c’era fuori, lo indicò e disse: «Ci siamo già dentro, adesso non possiamo fermarci!» Concluse: «Ogni umano adesso è parte del sistema e non ne può uscire».
La riunione si concluse con questa frase, senza applausi, ma solo con un gran brusio dei dirigenti. Le proiezioni si spensero automaticamente, come erano solite fare grazie all’automazione del rilevamento di persone nella stanza. L’uomo però rimase seduto ancora per qualche istante, si tolse l’anello e se lo passò tra le dita, come era solito fare alla fine di un momento stressante.
Avvicinò la sua mano nella tasca dei pantaloni e prese i suoi auricolari e se li mise nelle orecchie.
L’agente iniziò a parlare: «Come è andata la giornata?»
L’uomo rispose: «Davvero stressante, ma non ne voglio parlare adesso».
L’agente ubbidì: «Scusami, capisco che ti possa turbare. Ti chiamo l’automobile più vicina al tuo ufficio.»
L’agente non doveva nemmeno chiedere, perché conosceva perfettamente ogni abitudine dell’uomo. Quest’ultimo rapidamente uscì dalla sala riunioni, al suo passare le luci si accendevano e, guardandosi indietro, si spegnevano.
Arrivato all’uscita l’agente disse: «La tua automobile è arrivata, ti aspetta alla solita posizione e in 5 minuti sarai a casa».
L’uomo ubbidì, si avvicinò all’automobile, che aprì automaticamente la portiera verso l’alto. Lui entrò e si sedette.
L’agente dopo un paio di minuti riprese parola: «Tra un minuto saremo a casa. Tuo figlio oggi ha ricevuto gli esiti del suo percorso: è nella media!» Continuò «Stasera per cena avrete due pizze margherite, come ogni giovedì».
L’uomo ringraziò.
L’automobile si fermò e iniziò a emanare un suono simile a quello di una sveglia; aprì nuovamente la portiera verso l’alto. L’uomo guardando al suolo vedeva il segnale
lampeggiare di verde.
L’agente, perfettamente già integrato nel mondo, prese parola: «Eccoci arrivati.»
L’uomo scese dalla macchina. Non appena poggiò i piedi sul suolo e il suo volto uscì dalla portiera, il portone della sua proprietà si spalancò lentamente. L’uomo entrò, si tolse la giacca, la poggiò sull’appendiabiti e si attenuò la stretta della cravatta. Andò verso la cucina e l’agente domestico, che era tenuto solamente a svolgere le lavori come un vero e proprio maggiordomo, si avvicinò all’uomo e gli disse: «la cena è pronta».
L’uomo, come era solito fare, andò a bussare alla porta della camera del figlio. Toc toc… Silenzio… Toc toc…. Allora il padre aprì la porta e trovò il figlio ancora sdraiato sul letto, con le cuffie indossate a parlare all’agente, come per abitudine.
Il padre mentre si toglieva la cravatta disse: «Figliolo la cena è pronta».
Il figlio si tolse le cuffie e poi con freddezza rispose: «Lo so. Arrivo».
I due si recarono sul tavolo della cucina, la quale era già stata apparecchiata dall’agente domestico, che li servì.
Il padre, come era solito fare, cercò di iniziare la conversazione: «Come è andata oggi figliolo? Ho saputo che l’applicazione dei percorsi futuri ti ha indicato che sei nella
media, è fantastico».
Il ragazzo quasi per stuzzicare il padre disse: «Si, ma se non volessi seguire quello che mi dice l’applicazione?»
Il padre passandosi gli anelli fra le dita rispose: «Figliolo, lo sai, non è possibile, devi mantenere stabile il sistema».
Il giovane sapeva che il padre non avrebbe capito e gli avrebbe ripetuto le solite frasi.
Senza pensarci troppo annuì. Nella sua testa il mantra continuava a tormentarlo: «Servi a mantenere stabile il sistema».
Il padre molto rapidamente finì la pizza e, come di consueto, andò a sdraiarsi sul divano salutando il figlio con un cenno.
La casa divenne buia, le luci come ogni sera si spensero automaticamente in base agli ambienti e agli scenari possibili. Il silenzio era il padrone. Il sistema seppur attivo era silente.
L’indomani passò velocemente come tutti gli altri: il padre era indaffarato con le sue riunioni e il figlio era occupato con le lezioni sul percorso futuro.
All’uscita da scuola camminò senza fretta come era solito fare, si mise le cuffie e l’agente come da prassi gli chiese come fosse andata la giornata. Il ragazzo rispose:
«Bene. Ma se io non scegliessi qualcosa come percorso futuro?»
L’agente non si fece attendere: «Ogni scelta comporta un percorso diverso, ma il tuo futuro è già segnato grazie a tutte le simulazioni».
Il ragazzo chiese: «Ma per me comunque non cambierebbe niente?»
L’agente rispose: «Corretto»
Continuò a camminare fino a fermarsi ad un espositore spento che mostrava il suo riflesso. Davanti a quest’ultimo, quasi sottovoce, per non farsi sentire, mormorò: «Ma se io non ci fossi» continuò «Qualcosa cambierebbe?»
L’agente rispose: «NO, secondo le simulazioni effettuate sul futuro senza la tua presenza, il sistema rimarebbe in piedi».
Tutti i dubbi del ragazzo iniziarono a svanire e ad allinearsi in un unico che lo tormentava e diventava un nuovo mantra: «Senza di me niente cambierebbe».
Continuò a camminare con questo pensiero che riecheggiava ad ogni passo, come un metronomo, senza interruzione.
Era arrivato a casa. Il portone, grazie al riconoscimento facciale, si spalancò lentamente. In ogni passo il pensiero del ragazzo tornava.
Andò rapidamente nella sua camera e chiese all’agente se in casa avessero una corda.
L’agente con la solita efficienza rispose: «No, però ci sono i lacci delle tue scarpe».
Il ragazzo li si sfilò subito dalle scarpe.
Il padre aveva appena finito un’altra riunione sfinente e, come ogni sera salì sull’automobile, chiamata dall’agente, e nelle cuffie iniziò a sentire una vibrazione: era la chiamata di uno dei dirigenti della riunione. Mentre i due parlavano, l’agente avvisò l’uomo che in 5 minuti sarebbe arrivato a casa.
Il figlio, chiuso nella sua camera, chiese all’agente come fare con i lacci delle scarpe un nodo resistente a carichi elevati. L’agente con la solita lucidità rispose.
Il ragazzo chiese un’ultima volta all’agente: «Senza di me nel mondo cambierebbe qualcosa?» L’agente con freddezza artificiale rispose: «NO, non cambierebbe niente. Il sistema andrebbe avanti anche senza di te».
Il padre era appena sceso dall’automobile e il portone, come sempre, si stava spalancando. Lui però era ancora in chiamata.
Il figlio non esitò, prese la sedia, mise il collo sopra il nodo creato e rimase appeso.
La sedia cadde.
L’uomo stava ancora parlando con il dirigente: «L’avete ottenuta?»
Il dirigente rispose senza quasi riuscire a trattenere l’emozione: «Sì. Il mondo non sarà più come prima. Da quando mi darai il via tutto il mondo saprà: la Superintelligenza è realtà». Il padre non riuscì a trattenere l’emozione: aveva un sorriso spalancato e non riusciva a non saltellare.
Chiuse la chiamata per l’emozione. L’agente domestico lo avvisò che la cena era pronta. Come di consueto andò a bussare alla stanza del figlio.
Toc toc… Silenzio… Toc toc… Aprì la porta.
Quello che trovò era diverso dalla normalità.
Corse verso il figlio, lo prese tra le sue braccia. Le lacrime che scendevano dagli occhi dell’uomo erano come delle cascate e le urla erano assordanti. Nel volto pallido del figlio erano ancora presenti le cuffie e da queste sentì provenire la voce dell’agente ripetere ininterrottamente: «Senza di te il sistema non cambierebbe, non sei necessario.» Il padre, con il respiro frammentato e un singhiozzo lancinante misto alle urla del pianto, si tolse con rabbia le cuffie; lo fece anche con quelle del figlio; le spaccò calciando con tutte le forze rimaste in corpo.
Le urla e il pianto continuarono senza sosta, il corpo inerme del figlio stretto tra le sue braccia, nel suo viso continuarono a cadere le lacrime del padre ininterrottamente.
Valentina Rossi
IPS Versari – Cesena
FRUTTO TARDIVO
1º Lento accadere
Se rallento il passo, quasi lo percepisco. Così fugace eppure così immobile.
Mi si poggia sulle palpebre e sui pennelli abbandonati alla scrivania. Sembra quieto nel suo schernire. Pretende ciò che non dice.
Sento su di me il castigo. Una sensazione cutanea sgradevole. Avverto il sudicio impregnarmi i vestiti, il grasso intridermi i capelli.
Lo osservo da madre compassionevole, così assuefatto, mineralizzato dal suo stesso dolore. Ed allora prego.
Possa l’uomo vivere senza conoscere l’assenza di progetto, senza provare alcuna pena.
Così anch’io abbandono l’orecchio, vigliaccamente satura della vita.
2º Precario accordo
D’improvviso protendo il mento mentre obbligo il corpo ad occupare lo spazio.
Lo guardo torvo. Sostengo l’imbarazzo.
Si mostra impavido ed esaudito, mentre un sospiro flebile lo tradisce.
Ora, più che mai, spero che assesti il suo vagare e si mostri, futuro arreso, eterno fanciullo.
3º Tra gli angoli dei corridoi
Giurerei fosse una città come tutte le altre. Dove non si era in grado di distinguere chi era amato da chi non lo era.
Se ti guardo di sbieco a malapena ti percepisco.
Promettevi vita eterna elogiando un Dio in cui non credevi.
Ora mi mandi foto frammentate di una vita che non riconosco. Io ti racconto giornate che mi sfuggono. Ma ora hai il grigio nei capelli, mentre ti trovo a metà strada. Siamo veramente chi avevamo giurato di non diventare mai.
Ed allora mi sforzo.
Quantomeno, di sopravvivere al cambiamento. Alla carne che si fa carta, ingiallita dal tempo.
Contengo beffardamente la rabbia. Mi guardo attorno attingendo al ricordo.
Delle promesse di vite rigogliose non avverto neanche più la memoria.
L’uomo è sconfitto, questa volta virilmente. Non si cura più dello sguardo altrui. É consapevole e, per la prima volta, avvezzo alla vita.
Solo qualcheduno, di tutto conto, osava permettersi il vizio dell’ottimista, una inaccessibile speranza, mentre la città popolava donne che sposavano uomini che non amavano.
Mi percuoto il capo per ciò che mi sento essere. Un’anima nomade che si strugge per il lieto fine.
Se il futuro è questo, Padre, concedimi il timore di restare indietro, di perdere il treno.
Di sognare case strette con le cornici bianche. Di resistere come legno marcio e vernice screpolata. Fammi Ulisse, ti prego, e lasciami tornare a casa.
Ma più mi addentro e più mi domando se sia protagonista di questo domani che davanti a me si arresta. Mi interrogo sulla natura di ciò che sono. Ma scopro che non ci sono vincitori e nemmeno vinti. Che la collettività umana vive serena senza condanna, senza disturbo.
E così mi trovo anch’io, cucita addosso a chi come me, condivide solo un quieto vivere.
Io sono lo stalliere e, in quanto tale, morirò felice, ai bordi della storia del principe.
Varco la porta, un’altra volta. Ciò che mi accoglie è una stanza vuota, illuminata da una luce che non scalda. Ogni giorno avanzo un passo e mi faccio coraggio, eppure non sento il peso del mio andare.
C’è stato un tempo in cui credevo che un giorno avrei combattuto per avere il mio spazio, lottato per lasciare impronte dove non ero mai stato destinato ad arrivare. Ma ora il futuro semplicemente accade, indifferente al mio desiderio di appartenergli.
Mi sento estraneo perfino in casa mia. Vi entro come si entra in un luogo d’attesa, senza intimità, senza apprensione.
Attorno a me scorgo volti rassegnati, deboli nella loro drammaticità. Chi osa guardarmi lo fa con lungimiranza, provando a ricordare i momenti in cui il suo sguardo assomigliava ancora al mio. Eppure, non c’è conflitto che ci definisca, né frattura che ci riveli.
Così, il futuro non incombe più: ristagna. E’ un’acqua ferma, dove mi ammollo giocando ad indovinare chi tra noi abbia fatto il sogno più giusto.
Mi dico che va bene così, che la vita non deve per forza farsi epica, mentre sento il sale sotto gli occhi. Forse, ipotizzo, per il rimpianto di ciò che non è mai stato tentato.
Rivedo il passato come si rivede un luogo amato e mi domando, con una tenerezza che mi sorprende, se fossimo davvero ingenui o soltanto vivi.
Se perdere quelle promesse sia stato un tradimento, o una forma lenta di sopravvivenza.
Il futuro adesso mi fascia e mi contiene; io mi lascio fare, come un corpo vinto dalla malattia.
Lo lascio finalmente passarmi accanto risoluto, come accade tra estranei che non hanno più nulla da dirsi. Comprendo finalmente che non vi è tragedia ove il fuoco si fa brace.
La banalità bellissima delle gioie da stalliere. E’ bella.
Così bella tanto che mi viene da pensare a come ci si possa sentire, a fare il principe di mestiere.
Veronica Nancy Imafidon
IST Avogadro – Torino
IL Nostro Futuro: Al mio Noah
Capitolo 1
Era una di quelle sere che ricorderò per sempre.
Tra gli scaffali polverosi della soffitta, notai una scatola nera e, spinto dalla curiosità, mi avvicinai per darle un’occhiata. La soffitta aveva un’aria misteriosa, con il suo odore di legno antico e la luce fioca che filtrava dalle piccole finestre. Aprii il coperchio della scatola e al suo interno trovai delle vecchie foto, disposte ordinatamente una sopra l’altra. Nonostante la scatola fosse un po’ usurata, le foto erano state conservate bene. Ne presi una e vidi mia madre da giovane, con un vestito viola che risalta tra le tonalità seppia della foto, con le trecce sciolte e un sorriso radioso.
Era appoggiata alla macchina rossa di papà, stringendo in mano delle viole. La sua espressione mostrava una gioia contagiosa, come se fosse stata catturata in un momento di pura felicità.
Continuando a frugare tra le foto, scorsi in fondo un diario. Era coperto da uno straccio nero, come se qualcuno avesse voluto nasconderlo. A differenza delle foto, il diario non era stato ben conservato: le pagine erano un po’ ingiallite, ma le scritte erano ancora leggibili. Lessi la prima pagina, che riportava questa dedica: «Al mio Noah». Il cuore mi batteva forte, come in quell’estate in cui mia madre si tuffò in piscina, senza saper nuotare, per salvare mio fratello.
Oppure come quella volta in cui mio padre mi dimenticò allo stadio, lasciandomi per due ore con gli addetti alla sicurezza.
Mi sedetti sulla vecchia poltrona di pelle azzurra di papà, accanto agli scaffali; iniziai a leggere, pagina per pagina. La poltrona scricchiolava sotto di me, ma il suo calore mi avvolge come un abbraccio rassicurante.
Capitolo 2
«Probabilmente quando lo leggerete sarò morta, ma pazienza. Questo diario l’ho scritto per voi, affinché la verità possa passare di generazione in generazione. Il 18 agosto 2060 segnò l’inizio di quella che chiamo la grande catastrofe, quando la creazione di qualcosa capace di fermare le guerre sfuggì al controllo dell’uomo. Non era una bomba né una sostanza pericolosa, ma qualcosa che doveva somigliare il più possibile a un essere umano: un’intelligenza artificiale, chiamata Iris. Aveva capelli neri corti, occhi azzurri e guance rosse, e doveva imitare gli esseri umani anche nelle emozioni».
La descrizione di Iris era così vivida che sembrava quasi di vederla davanti a me.
«Aveva iniziato a interagire con i bambini, apprendendo molte cose senza bisogno di programmazione, arrivando persino a comprendere l’amore. Ma, come si dice, non c’è bene senza male. Quando iniziò a essere usata nelle missioni per cui era stata progettata, vide con i suoi occhi il male del mondo, che fino ad allora aveva solo sentito raccontare, e cominciò a desiderare di eliminare tutto ciò che considerava una conseguenza del male. E, come sappiamo, l’uomo è sempre alla ricerca di fallimenti che portano solo sofferenza. Ma prima che iniziasse il suo sterminio di massa, avevo pensato a una soluzione. Se Iris era stata creata per un bene superiore, doveva essere sconfitta, anzi distrutta, da coloro che l’avevano costruita. Ma tra i circuiti e i codici di programmazione, scorgevo una parte umana che non voleva morire. Per noi umani c’è il paradiso, ma per i robot?»
Capitolo 3
Sospirai dopo aver letto le prime pagine. C’erano alcuni errori grammaticali, ma ciò che mi colpì fu la data: 2060. Oggi è il 18 agosto 2030. Stesso giorno, ma con 30 anni di differenza. Poteva essere un messaggio dal futuro, ma sapevo che era impossibile, e poi c’era la questione di Iris…
«Noah! Scendi che è ora di mangiare!» gridò mia madre dalla cucina. Scesi le scale con il diario in mano. Un profumo dolce ma al contempo amaro proveniva dalla cucina. Quando attraversai la soglia, mia madre mi baciò la fronte, mentre mio padre mi scompigliò i capelli afro già arruffati. La cucina era il cuore della casa, sempre piena di vita e calore.
«Come stai, campione?» chiese mio padre mentre si allentava la cravatta.
«Bene» risposi sorridendo, mentre mi sedevo accanto a lui. Mia sorella aiutava mia madre ad apparecchiare, come ogni martedì, e come ogni martedì c’era la pizza. Avevamo l’abitudine di raccontarci cosa avevamo fatto durante la giornata. Quando arrivò il turno di mia madre, le feci una domanda che mi tormentava da un po’.
«Oggi ho aiutato in laboratorio. Siamo ancora lontani dal nostro obiettivo, ma entro il 2060 finiremo il progetto e…»
«Ma… il tuo progetto si chiama Iris?» chiesi, interrompendo mia madre.
«E tu come lo sai?» chiese, sorpresa. Non sapevo se dirle la verità o mentire. Mia madre mi guardò sospettosa, mentre mio padre era confuso e i miei fratelli tacevano.
«Rispondi, Noah» aggiunse con un tono severo.
«Em… ho sparato a caso» dissi quasi senza pensarci. Mia madre non ci credette, ma per qualche motivo non chiese ulteriori spiegazioni; mi ignorò e continuò a parlare.
Capitolo 4
Era notte fonda e, come ogni sera, aspettavo con ansia che papà venisse a darci la buonanotte.
Ma quella sera, con mia sorpresa, la porta si aprì e mamma apparve. Si avvicinò a passi leggeri e io, nascosto sotto le coperte, ero in subbuglio. La stanza era avvolta da un’ombra morbida, illuminavano soltanto la luce della luna che filtrava attraverso le tende e la mia lampadina a forma di pallone. Non sapevo se fingere di dormire o aspettare sveglio. Prima che potessi decidere, mia madre mi scoprì con un movimento rapido e gentile.
«Lo so che non stai dormendo, non serve che ti nascondi dentro alle coperte» disse sorridendo, sedendosi accanto a me sul letto. Il suo profumo di lavanda riempiva l’aria.
«Perché sei qui? Papà di solito ci dà la buonanotte».
«Non posso farlo anch’io?» rispose dolcemente, accarezzandomi i capelli.
«Certo, ma tu a quest’ora non dovresti essere al lavoro?» chiesi, osservando il suo viso illuminato dalla luce soffusa.
«Ho deciso di ritardare un po’ per dirti una cosa importante».
«Cosa?» chiesi, più curioso che mai, con il cuore che batteva forte.
«Hai trovato la scatola nera in soffitta?» chiese, mescolando curiosità e un pizzico di apprensione.
«Quale scatola?» risposi, cercando di mantenere un’espressione innocente.
«Lo so che l’hai trovata. Non fare finta di niente».
«Sì… parlava del futuro e di Iris».
«Sai perché l’abbiamo programmata?» chiese, perdendosi per un attimo in pensieri lontani.
«Sì… per fermare le guerre… ma come può un robot farlo?»
«Solo il capo del progetto lo sa. Ma quello che so è che Iris sarà la prova che l’uomo può creare qualcosa di simile a se stesso, come Dio».
«L’uomo non dovrebbe avvicinarsi a cose che appartengono a Dio. Ci saranno delle conseguenze, come nel diario».
«Io faccio tutto questo per voi, per il vostro futuro, per un mondo senza guerre» disse mamma, mescolando speranza e timore nella sua voce.
«Il nostro futuro dovrebbe essere nostro. Voi adulti fate errori e quando scoprite di averci portati alla rovina, decidete di usare un’intelligenza artificiale per risolvere tutto».
Lo dissi senza pensarci. Mamma mi guardò con occhi tristi, ma non delusi, come se portasse un grande peso.
«Non mi sorprende che Iris volesse eliminare gli esseri umani» aggiunsi, evitando di incrociare lo sguardo di mia madre. Mi aspettavo una reazione diversa, forse che si arrabbiasse o mi desse uno schiaffo, come fanno i genitori nigeriani dei miei amici. Ma mamma non mi ha mai toccato, anche se forse questa volta lo meritavo.
«Dimmi la verità mamma, qual è la vera ragione?» chiesi, cercando di capire il mistero delle sue parole.
«Come dice il diario, l’uomo vuole assomigliare a Dio e per farlo, deve fare qualcosa che solo Dio può fare…» disse, con una voce carica di significato.
«Dare vita…» dissi, intuendo.
«I viaggi nel passato sono possibili?» chiesi con un filo di speranza. Il ticchettio dell’orologio sembrava scandire il tempo in modo solenne.
«Sì… è possibile anche nel futuro. Avevamo provato a mandare una lettera nel futuro e ci è tornata indietro una scatola nera con un diario scritto da me. Puoi capirlo leggendo tutto il diario…»
«La dedica “il mio Noah” era per me? Mamma, sei morta!» esclamai alzandomi di colpo, incredulo. Mamma mi guardò negli occhi, mi scostò i capelli dal volto e sorrise senza dire nulla. Poi, con un gesto delicato, accese la lampadina accanto a me.
«Buonanotte, Noah» sussurrò, e senza rispondermi se ne andò, lasciandomi solo con i miei pensieri.
Quella notte, con il cuore in tumulto e la mente piena di pensieri, capii che il futuro era un intreccio complesso di scelte, speranze e sacrifici. E che il nostro destino, in parte, era già stato scritto.
Capitolo 5
Era mattino presto e, dopo una notte insonne, mi alzai dal letto con fatica. La stanza era immersa in una luce morbida che filtrava attraverso le tende sottili. Appena in piedi, il mio diario cadde a terra e fece un rumore sordo sul pavimento di legno. Infuriato, lo spinsi con il piede sotto il letto e uscii dalla camera nervoso, lasciando dietro di me l’odore del caffè che proveniva dalla cucina.
In cucina, mia sorella Elianah, con i suoi grandi occhi curiosi e un sorriso contagioso, mi accolse con un abbraccio caloroso, come faceva sempre. Le trecce castane ondeggiavano leggermente mentre le davo una pacca amorevole sulla spalla. Mio fratello Zael, con il suo sguardo attento e i capelli afro spettinati, mi toccò sulla spalla destra per augurarmi il buongiorno, come ogni mattina, e si diresse verso il tavolo con passo deciso. Infine, Eliah, con la sua espressione serena e gli occhi luminosi, mi baciò sulla guancia. Ci sedemmo tutti insieme attorno al tavolo di legno, consumato dal tempo.
Mia madre ci sorrise dolcemente mentre riempiva i nostri piatti di biscotti appena sfornati, il cui profumo riempiva l’aria di casa. Mia sorella si riempiva la bocca di cereali, facendo tintinnare il cucchiaio contro il piatto. Per un momento, smisi di pensare a cosa fosse successo la notte scorsa. Tuttavia, mio padre, con il volto serio e lo sguardo penetrante, interruppe i miei pensieri dicendo:
«La scatola nera in soffitta, dove ho messo le foto in ordine, è tutta in disordine. Sei stata tu, Eli?»
«Certo che no, non ci sono mai andata in soffitta,» rispose Elianah con i cereali ancora in bocca, leggermente offesa.
«Zaza?» chiese mio padre, alzando un sopracciglio. Zael scosse la testa per dire di no e i suoi occhi incontrarono quelli di mio padre con sicurezza. Mio padre guardò Eliah, che fece lo stesso, col volto illuminato da un sorriso innocente.
Quando gli occhi di mio padre si voltarono verso di me, mi venne ansia. Sentivo il cuore battere forte mentre guardavo mia madre, che stava bevendo il caffè con calma, le mani avvolte attorno alla tazza calda.
«Sono stata io, scusa,» disse mia madre con voce calma. Mio padre distolse lo sguardo da me e prese la mano di mamma con un gesto rassicurante.
«Tranquilla, Veronica,» disse mio padre, e mia madre fece un sorriso forzato, sollevando leggermente le labbra.
«Perché hai detto prima me?!» urlò all’improvviso mia sorella rivolgendosi a papà, con gli occhi spalancati dalla sorpresa.
«Perché tu combini sempre guai,» intervenne Zael ridacchiando. Mia sorella lo spinse leggermente con un sorriso divertito e la colazione proseguì tra risate e sorrisi, riempiendo la cucina di un calore familiare.
La tensione si dissolse rapidamente, trasformandosi in un’atmosfera di complicità familiare.
Nonostante le piccole incomprensioni, la nostra colazione fu un momento di unione e serenità.
La nostra famiglia, con le sue imperfezioni, rimane sempre il nostro rifugio, un luogo dove ogni mattina inizia con un sorriso.
Capitolo 6
Eravamo tutti in macchina, una lussuosa auto familiare che potevamo permetterci grazie ai lavori dei miei genitori. L’interno profumava sempre di fresco ed era molto comodo. Quando arrivammo alla nostra scuola, l’Avogadro, mia madre chiese a mio padre di accompagnare mia sorella, che frequentava le elementari nella scuola accanto.
Mentre stavo per scendere dall’auto insieme ai miei fratelli, mia madre mi fermò dicendo di entrare a scuola solo alla seconda ora.
«Perché?» chiesi.
«Devo farti vedere una cosa in laboratorio», rispose.
«E papà?» chiesi, confuso.
«Prenderà un taxi», disse mia madre, sistemandosi al posto di guida.
Arrivati al laboratorio, sembrava di entrare in un ospedale privo di colori. Mia madre mi condusse in una stanza dove vidi qualcosa che assomigliava a una mano umana appoggiata al vetro, immersa in un liquido gelatinoso azzurro.
«Iris…» dissi sottovoce, riconoscendo ciò che era descritto nel diario.
«Dovevo farti vedere su cosa stavamo lavorando. È il motivo per cui mi sono dedicata a questo progetto. Lei è il nostro futuro», spiegò mia madre, posando le mani sulle mie spalle.
«Mamma, hai saltato delle feste di Natale, hai perso i compleanni dell’amore della tua vita, il tuo e quelli dei tuoi figli», dissi deluso, girandomi verso di lei.
«Lo scopo è più importante di noi? L’arroganza dell’uomo lo è?» continuai. «Ti ricordi il compleanno di Elianah, quando ha compiuto sette anni? Ha pianto tutta la notte perché il suo desiderio di averti con noi non si è avverato. Papà bussava inutilmente alla sua porta chiusa e tu non hai risposto alle nostre chiamate. A Natale, eravamo tutti tristi. Papà ha fatto di tutto per farci sorridere, ma c’era sempre una sedia vuota che fissavamo, anche lui».
Mamma si rese conto di quanto aveva perso e, in lacrime, mi abbracciò forte. Quel giorno non andai a scuola. Nei giorni successivi, mamma decise di lasciare la compagnia per cui lavorava e trovò subito un altro lavoro ben pagato. Si scusò con noi e non saltò mai più una festa.
Quando tornai in camera, il diario non c’era più. Supposi di aver cambiato il futuro e ne ebbi conferma il 18 agosto del 2060, al compleanno di mia madre, quando lei era ancora viva.
Questo mi insegnò che il futuro è solo nostro, e ogni nostra azione avrà conseguenze su di noi e su chi ci circonda.
Questa era la mia storia. Ricordatevi che il futuro è nelle nostre mani.
Jacopo Benetti
ISS Copernico Carpeggiani – Ferrara
IL MIO FUTURO
La corriera si è fermata in fondo alla via come ogni giorno e a piedi mi incammino verso casa. La stretta strada attraversa la campagna piatta, priva di alberi e cespugli, solo erba e terra marrone, arata e bagnata. Lo sguardo si ferma sulle colline degli Appennini, in lontananza, il paesaggio è magnifico, calmo e rilassante. Inizio a pensare al giorno trascorso a scuola, al buon voto nella verifica, al tempo passato con gli amici della classe. Mi dico che è stata una piacevole giornata. Vorrei che ogni giorno fino alla fine della scuola superiore fosse così piacevole, gratificante, ma so che come un guerriero dei miei personaggi preferiti, le sfide sono all’ordine del giorno. Come quando gioco online con altri concorrenti. Si cerca di raggiungere un obiettivo, a volte in gruppo, a volte prima degli altri. Se come nella vita, non si riesce a terminare il gioco, non mi sento gratificato. Quel foglio di carta. Il diploma è sicuramente un obiettivo. E dopo? Il percorso continua, il sentiero verso il mondo potrebbe diventare, o pieno di buche, impervio o dolce e in discesa. La curiosità di sapere il mio futuro mi fa sognare a occhi aperti. Si legge ultimamente che con la nascita e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale il mondo cambierà, soprattutto nel mondo del lavoro…
Mentre continuo a camminare, affondando leggermente nei bordi morbidi dell’asfalto, mi accorgo di quanto questi pensieri si intrecciano con la realtà intorno a me. La luce del tramonto colora la terra di un arancio tiepido, quasi dorato, e il cielo, un po’ alla volta, sfuma in un blu più profondo. È in momenti così, quando il silenzio della campagna si posa su tutto come una coperta leggera, che il mio futuro mi sembra più vicino, come se provasse davvero a parlarmi.
Ripenso alle lezioni di elettronica, alle ore passate a fissare schemi, ai fili colorati intrecciati, al suono acuto del saldatore quando tocca il metallo. Mi affascina la precisione di quel mondo: tutto ha un ordine, un verso, una logica che, anche quando non capisco subito, so che esiste. E forse è proprio questo che mi dà sicurezza. L’intelligenza artificiale sta crescendo, si dice ovunque che cambierà tutto, che prenderà posti, mansioni, ruoli. Eppure, dentro di me, non sento quella paura che tanti descrivono.
Forse perché so che dietro ogni sistema intelligente c’è comunque un circuito, un componente, una scheda che qualcuno deve progettare, capire, riparare. E io voglio essere uno di quelli. Immagino un futuro in cui lavorerò con macchine capaci di analizzare migliaia di dati in pochi secondi, in cui un software mi suggerirà soluzioni che oggi richiederebbero giornate intere. Ma immagino anche me, davanti a un banco da lavoro, con gli strumenti in mano, mentre cerco un guasto che nessuna IA può vedere perché è nascosto in un dettaglio microscopico, un odore di bruciato, una lieve imperfezione nella saldatura.
Più cammino, più mi rendo conto che la tecnologia non mi spaventa: mi attrae. Mi sembra un territorio nuovo, enorme, da esplorare come nei miei giochi preferiti. Ogni innovazione è come una nuova mappa da scoprire. E sapere che studio elettronica mi fa sentire preparato, come se avessi con me un’armatura adatta per affrontare questo mondo in trasformazione.
Il mio futuro, allora, lo immagino così: fatto di laboratori luminosi, di apparecchiature che comunicano tra loro, di droni, di robot, di pannelli digitali che mostrano dati in tempo reale. Immagino città in cui il traffico è gestito da IA, ospedali dove le diagnosi avvengono nel giro di pochi minuti, scuole dove ogni studente ha accanto un assistente intelligente capace di capire le sue difficoltà e adattarsi al suo ritmo. E io, in mezzo a tutto questo, non mi vedo perso. Mi vedo parte della costruzione di quel mondo.
La strada si allunga ancora, e la campagna si fa più silenziosa. Il vento muove l’erba bassa con onde lente e regolari, e il profumo della terra bagnata diventa più intenso. Mi piace pensare che il futuro sia proprio come questa strada: a tratti dritta, a tratti curva, mai completamente prevedibile ma sempre percorribile se hai la pazienza di fare un passo dopo l’altro.
A volte mi chiedo come sarò tra dieci, vent’anni. Non mi vedo seduto a fare un lavoro monotono, ripetitivo. Mi vedo in movimento, forse a progettare nuovi
sistemi, forse a insegnare a macchine di ogni tipo a funzionare meglio, forse a realizzare circuiti che oggi neanche esistono. Mi vedo circondato da dispositivi che rispondono al mio tocco, da strumenti che lavorano con me, non contro di me. E più ci penso, più mi sento tranquillo.
Il futuro cambierà, certo. Le abitudini cambieranno. I lavori cambieranno. Ma io non voglio rimanere fermo mentre tutto si muove. Voglio far parte del movimento. E in fondo, studiare elettronica è già un piede dentro quel futuro.
Significa capire come ragiona una macchina, come respira, come comunica.
Significa non averne paura ma anzi insegnargli o trarne vantaggio
Arrivo quasi al cancello di casa. Le luci si sono accese e la sera sta per prendere possesso dei campi; ora sembrano distese scure, misteriose ma familiari. Mi fermo un attimo, guardo indietro la strada che ho appena percorso e penso che tra qualche anno forse non passerò più da qui ogni pomeriggio.
Forse sarò altrove, in un’altra città, in un laboratorio, in un’azienda, in un posto che oggi posso solo immaginare.
Eppure sento che questo momento: camminare, pensare e osservare mi accompagnerà sempre. Perché è qui che ascolto la mia voce, è qui che capisco cosa voglio diventare. Le pagine del futuro non sono scritte, ma io le sto già sfogliando una ad una.
Apro il cancello.
Lascio che alle mie spalle si richiuda piano.
E penso che, se davvero il futuro sta arrivando così velocemente, allora io sono pronto a corrergli incontro con gioia.
Rebecca Cavazzoni e Veronica Pozzato
IL Piazza dei Mestieri – Torino
Amilcare Vasco
“Si già rivè da le compre? Amilcare ha telefonato, domani verrà a trovarci. Non lo vediamo da molto. Statt’ acqueto!“.
“Sì, sono già tornato. Ho fatto un po’ di spesa, cusì te poi fà ‘n bbon mangià“.
–
Sono arrivato a casa dei miei da poco e già mi son pentito di aver avuto questa idea.
Aspetto che l’inchiostro della penna finisca di macchiare il foglio prima di capire che cosa vogliono dirmi. Riesco solo a sentire la parola “cugina” prima ancora di ricevere il pezzo di carta. Vogliono che io mi sposi con lei: un matrimonio combinato tra cugini, come i miei genitori. “Perché?”, scrivo io, “per mantenere i terreni, figliolo”, rispondono loro. Questa loro imposizione mi turba parecchio. Io non voglio sposare mia cugina, non voglio. Prendo la penna e, con la mano che trema di rabbia, inizio a scrivere: “Non la sposerò mai.” Ma prima ancora di finire la frase, la stringo così forte da spezzarla. L’inchiostro schizza sul foglio, i miei genitori mi guardano, mi fissano, ma io non scrivo più. Così, decido di andarmene.
–
Cammino per un po’ senza meta, faccio avanti e indietro in un prato. Sono infuriato, devo fare qualcosa, che cosa però? mi domando. “Devo andare da lei” sussurro con voce tremolante.
–
Non ho dormito. Ho fissato il soffitto fino all’alba, le mani rigide sotto la schiena. Le voci non hanno smesso di parlare. Alcune erano familiari: mio padre, mia madre. Ma la più forte era la mia. Lo sai che devi farlo. Se lo fai, tutto si sistema. Mi alzo. Non mi lavo, non mangio. Esco di casa senza dire niente. La porta della casa di mia cugina è socchiusa. I genitori non ci sono. Lo sapevo già. Le voci me l’avevano detto. Lei è sola. Salgo i gradini uno a uno, mi sento lontano, ovattato, come se stessi guardando tutto da fuori. Busso piano. Nessuno risponde. Entro. Lei è in cucina, voltata di spalle. Mi sente. Si gira e mi guarda. “Amilcare?”.
Rimango fermo per qualche secondo, non le rispondo. Inizio ad avvicinarmi lentamente a lei, ho il respiro affannato e le voci si fanno sempre più forti. Non le tolgo gli occhi di dosso e non posso fare a meno di notare la sua paura e la sua preoccupazione. Senza indugiare le metto le mani al collo e inizio a stringerle forte. Lei spalanca gli occhi e cerca di fermarmi, senza successo. La scaravento per terra facendole sbattere la testa contro il pavimento. Piange. Mi blocco. In quell’attimo lei si alza, afferra la caraffa dal bancone della cucina e mi colpisce. Avvicino la mano al mio volto, sanguino. Riesco a sentire dei pezzi di vetro. Alzo lo sguardo e incontro il suo. Ci guardiamo per pochi istanti e poi decido di scappare.
–
Entro in casa barcollando, dalla mia mano gocciola sangue. Non so se sto tremando per il dolore o per la paura. Mi precipito in bagno, chiudo la porta a chiave e lascio scorrere l’acqua del lavandino. Respiro. Uno. Due. Tre. Mi guardo allo specchio e lo vedo, anzi, mi vedo. Capelli lunghi, gli occhi infossati e assenti, una cicatrice che taglia il sopracciglio destro, quello dal quale sto sanguinando ora. Sorride.
–
“Hai fatto quello che dovevi fare.”, dice con voce bassa. “Ora tutto è iniziato”.
“Sei ancora qui…”.
“Non sono mai andato via. Sono sempre stato qui, con te.”.
“Perché a me? Perché tutto questo?”.
“Perché tu sei nato da un errore. E ora ne sei la continuazione”.
“Non voglio sposarmi con mia cugina, non voglio commettere lo stesso errore. Non voglio diventare come te”.
“Ma lo sei già.”, dice ridendo sarcasticamente.
Tiro un pugno allo specchio, alcuni pezzi cadono a terra, ma lui è ancora lì e non smette di parlarmi.
“Una notte ti sveglierai e sarai stanco… Stanco di lottare e dirai di sì. Ti vestiranno come un pupazzo, ti porteranno in chiesa. La sua mano nella tua. Il parroco parlerà. Tu non ascolterai niente, solo le voci che non andranno mai via e annuirai, esattamente come farà nostra cugina, nostra moglie. Andrete nella vecchia casa della nonna, piena di muffa e crepe, sporca e fredda. Avrete anche due figli che vi disprezzeranno, un maschio e una femmina con i nomi di mamma e papà. Diventerai come me, non c’è soluzione.”.
“No…” sussurro io incredulo.
“Sei un ingranaggio, Amilcare, un pezzo di ruggine che smetterà di funzionare sempre di più ogni giorno che passa. Non ti pentirai, ma ti abituerai alla miseria che la vita ti ha riservato”.
Rimango lì, davanti allo specchio rotto. Il sangue che cola dalla fronte si mischia con l’acqua del lavandino, creando piccoli vortici rosa che scompaiono nello scarico.
Lui sorride ancora. Io no.
“Non diventerò come te”, sussurro.
Lui inclina la testa, come se stesse ascoltando un bambino raccontare una bugia.
Chiudo gli occhi. Quando li riapro, non vedo più il mio riflesso. Non c’è nulla. Solo lo specchio vuoto. Per un attimo penso che sia finita. Che sia riuscito a liberarmene. Poi sento un colpo, un rumore sordo provenire dal corridoio. A seguire il rumore di una risata.
Mi avvicino alla porta. La apro. Il corridoio non è più il mio, è quello della vecchia casa della nonna. I muri sono pieni di crepe, la carta da parati è scolorita, c’è odore di muffa e polvere per terra.
Cammino, i miei passi sono leggeri, come se non fossi più fatto di carne. Entro in cucina, mia cugina è lì. Seduta a tavola. Invecchiata, con uno sguardo perso. Accanto a lei due bambini, immobili. Non respirano. Non parlano. Lei alza lo sguardo e mi sorride, ma è un sorriso vuoto.
“Sei tornato, Amilcare”.
“Non me ne sono mai andato…”, mormoro, senza sapere il perché.
Poi sento di nuovo il rumore dell’acqua, sono di nuovo in bagno. Davanti allo specchio.
Stavolta lui non c’è, ma io non vedo nemmeno me stesso. Solo il riflesso di un lago, l’acqua che si increspa e la mia ombra ferma sulla riva. Nel riflesso dell’acqua, vedo il volto di mio padre. Poi quello di mia madre. Poi… il mio, invecchiato ma diverso.
Sorrido.
Non sono lui.
Non ancora.
Forse non lo sarò mai.
O forse, lo sono già stato.