Art for Places – Impressioni

Sarah Bowyer | Anne Cécile Breuer | Andrea Chidichimo | Claudio Cravero | Elena Radovix | Federica De Leonardo | Fannidada | Marco Lampis | Masoudeh Miri | Emanuele Pensavalle | Federica Peyrolo | Mery Rigo |

Sarah Bowyer

Nelle opere presentate, parte di un progetto di pittura digitale del 2015, c’è un ritorno al tema del volto e della sua trasformazione, ma non c’è più l’identità, totalmente risucchiata da coincidenze naturali, c’è l’essere umano in quanto parte dell’universo: una liberazione dalle claustrofobiche condizioni psicologiche e sociali per riversare l’animo in un più armonioso modus vivendi, fatto di coincidenze naturali. L’importanza della Natura che ritorna al centro è per Sara un’obiettivo fondamentale per evitare l’annientamento dell’individuo a favore di una fusione vitale con la natura e pregna di evoluzione benigna. Recependo lo stato rappresentato è immediata l’empatia con memorie ancestrali e lo svelarsi di potenzialità assopite, comprese quelle produttive e intellettuali.

Sarah Bowyer artista eclettica, è nata in GB e vissuta in Oriente oltre che in Italia.  Dalle sue esperienze si è originata un’arte multi-visione, con caratteristiche iconografiche che originano da conoscenze culturali e geografiche ampie. Diplomata all’accademia di belle arti di Torino con 110 e lode dopo la scuola internazionale a Jakarta, ha partecipato a progetti artistici in Europa e in Asia. Sarah Bowyer ha insegnato arte in Indonesia, India e in Italia  all’Accademia di Belle Arti di Torino. Ha insegnato nei corsi universitari di arte terapia di Arcote, oltre che nei laboratori d’arte della Onlus Fermata d’Autobus. La pittrice ha esposto in tutta Italia in gallerie d’arte contemporanea e musei e all’estero in gallerie, consolati e musei: in sud America, Stati Uniti,India, Paesi dell’est Europa, Svezia, Francia e Polonia. Ha inoltre realizzato la scenografia digitale dello spettacolo ‘Il flauto magico di Mozart’ del Teatro Regio di Torino del 2014, customizzato un veicolo Multipla e una 600 per la ditta FIAT. Come perfomer ha lavorato con i disegni di luce per Cartier al Teatro Versace a Milano e all’Hara Pacis di Roma. Ha esposto alla Triennale di Milano nella collezione Chevallard ‘Arte&Televisori’, realizzato animazioni 2D, lavorato nella moda, nell’illustrazione ed ha partecipato come aiuto scenografa alle Olimpiadi 2006 a Torino. L’artista vanta realizzazioni digitali live o animate per musica jazz e d’avanguardia, con nomi importanti della musica, quali Sylvano Bussotti , Johnny Lapio, Giovanni Imparato, Jeff Berlin, Andrea Centazzo. Nel 2019 Sarah ha vinto il concorso ‘Creativity Saves’, premiato al Parlamento Europeo di Bruxelles.

Anne Cécile Breuer

Le figure umane dipinte da Anne-Cécile Breuer vivono sospese in una densità fluida, sono piccole istantanee di sensazioni raccolte, espresse nelle forme femminili che emergono come fantasmi. Il volto e il corpo sono protetti dagli occhi indiscreti e dalla mistificazione mediale, la femminilità incarnata diventa icona di un sentimento, uno sguardo di bellezza intima e contemplativa che si affaccia sul mondo.
Le chine su carta di riso sono espressione dell’altro filone di ricerca dell’artista legato all’oriente. La tecnica è quella della pittura antica tradizionale cinese, che non lascia margine di errore o ripensamento. Nessun disegno, nessuna traccia, solo la padronanza del gesto e della mano: «dipingerai il vento se tu stesso sarai vento».

Anne-Cécile Breuer è nata a Torino nel 1969. Dopo la maturità artistica all’Istituto d’Arte Aldo Passoni, si diploma in pittura all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Frequenta poi la Scuola Libera di Nudo all’Accademia, interessandosi particolarmente all’incisione. È tra i soci fondatori di “IL SENSO del SEGNO”, che promuove l’arte dell’incisione a Torino. Ha lavorato come illustratrice nel design industriale per dedicarsi in seguito alla pittura murale e alla decorazione. Attualmente studia calligrafia, partecipando a corsi e workshop internazionali e insegna disegno e pittura, continuando ricerca e sperimentazione nel suo atelier di Torino. Alcune sue opere sono state premiate e hanno ottenuto citazioni di merito in importanti esposizioni nazionali. Alcuni suoi lavori sono conservati in collezioni private italiane.

Andrea Chidichimo

Le due opere qui presentate sono relative a una produzione più ampia dove Andrea Chidichimo si concentra sugli aspetti della meta-figurazione. Il segno pittorico visto proprio come demarcazione di confini tra soggetti all’interno dell’impianto pittorico scompare via via, lasciando spazio allo sfumato. Questo processo complesso in realtà pone le sua basi filosofiche su un concetto umano e spirituale della sua ricerca, ovvero l’abbattimento dei confini, confini che in realtà sono spesso mentali. Questo atteggiamento tecnico da un lato e filosofico dall’altro, fa sì che ciò che emerge nell’immagine figurata, al di là del soggetto percepito, sia un flusso di colore e movimento atto a scatenare una responsabilità personale dell’osservatore, sia a livello di impatto emotivo, sia nel contatto con parti profonde del proprio psichismo.

Andrea Chidichimo, è nato a Torino dove attualmente vive e lavora, ha vissuto in molte parti del nord Italia e a Londra.  Dalle sue esperienze pittoriche e musicali si è generato un modus operandi nell’arte visiva che ha stretto legame con le vibrazioni e le frequenze cimatiche. Gli studi di pianoforte, gli studi universitari umanistici e le lezioni pittoriche di Walther Jervolino sono stati filoni importanti per la sua produzione artistica. Andrea Chidichimo ha esposto in molte città italiane in gallerie d’arte contemporanea, musei e fondazioni private (è in collezione permanente al museo Macte i Termoli), ma anche presso Il Paul Scherrer Institute di Zurigo. Tra le collaborazioni importanti con le gallerie d’arte troviamo: 41 artecontemporanea, Multiplounico, White Lands Art Gallery. Come perfomer ha lavorato spesso col gruppo Fannidada, al PAV al salone del libro OFF e con l’attore Andrea Bruno sta ora costruendo una performance pittorica teatrale. Le commistioni artistiche sono legate al mondo del Jazz e quello della musica da camera dove ha dipinto dal vivo durante un concerto per due pianoforti di W.A. Mozart nella chiesa di Romagnano Sesia sotto la direzione artistica di Mara Colombo. Il 2006 è stato l’anno in cui la sua produzione ha toccato gli interessi dei musei come Il museo di scienze naturali di Torino, il museo di arte contemporanea di Termoli, il museo di arte urbana, il museo Antonio Carena, Il PAV, ecc. tra i più noti critici d’arte, hanno scritto di Andrea Chidichimo: Roberto Mastroianni, direttore del Museo della resistenza di Torino e docente presso l’Accademia di belle arti, Armando Audoli, storico dell’arte, Ivana Mulatero, critica e storica dell’arte. Tre le più importanti case editrici che hanno pubblicato la sua produzione si trovano Skira e Mondadori.

Claudio Cravero

Case sfitte, disabitate o temporaneamente vuote, ma che presentano tracce. Qui in mostra Claudio Cravero presenta Fantasmi. Non si abbandona radicalmente un luogo senza lasciare memoria di sé, dietro di noi segni e oggetti che ci appartengono come noi apparteniamo loro; le case sono gusci, estensioni del nostro corpo, cambiamo abitazione, ma lasciamo memoria di noi, testimonianze del nostro passaggio. Una memoria emotiva che racconta senza raccontare, lasciata in disparte, ma presente nel nostro vissuto, un frammento dei nostri ricordi. Un viaggio e una memoria che appartiene a tutti, in cui ognuno può ritrovare o riconoscere qualcosa del proprio mondo. Immagini fantasmatiche, sentieri tracciati quotidianamente dal nostro vivere, come geroglifici da decodificare, il cui significato è una storia da raccontare.

Claudio Cravero si occupa di fotografia dagli anni ’70. 1981 tra i fondatori del FANTEATRO, per 11 anni integra l’attività teatrale alla fotografia. 1998 tra i fondatori di FINE, spazio no-profit dedicato ai nuovi fotografie agli incontri autoriali. 2012 apre HANGARstudio spazio dedicato alla fotografia: mostre, corsi, concerti, serate artistiche. 2014 tra i fondatori di ACCAatelier promuove l’apertura al pubblico degli atelier torinesi. 2015 fotografo volontario per ONG in Uganda, India, Bangladesh, Burkina Faso, Ciad e Ucraina. Ha esposto in Italia, Francia, Portogallo, Repubblica Ceca, Scozia, Argentina e USA.

Elena Radovix

Il progetto qui presentato da Elena Radovix porta è intitolato In the circle of life. Un albero vecchio presenta un’ampia cavità nodosa, probabilmente dove prima vi era un ramo che cadendo ha lasciato aperta una ferita. Un processo naturale di rimarginazione, da parte dell’albero, ha trasformato questa ferita in una cavità adatta ad ospitare un micro mondo di piccoli esseri, una variegata fauna di uccelli, piccoli mammiferi, rifornendo ad un ecosistema, con la sua infinita possibilità di vita quasi invisibile ai nostri occhi, un habitat insostituibile. Nonostante vecchio e ferito, l’albero ha continuato nella sua lenta trasformazione ad ospitare la Vita. L’Albero e la Vita, un binomio imprescindibile da cui nessuno può essere escluso. Ecco allora questo Albero accogliere nella sua cavità naturale un piccolo neonato, che diffonde nel mondo il primo pianto, canto di una vita che inizia il suo percorso terreno. Come grembo materno diventa teatro di un incontro che garantisce la linfa dell’esistenza. Un incontro che accompagnerà la Vita nel suo compimento e verso il suo fine. E quando la superficie della vita inizierà a manifestare i suoi solchi, una nuova Vita ricomincerà.

Elena Radovix nasce a Milano, inizia a dipingere e creare forme sin da bambina dando espressione alla sua dote creativa e al suo temperamento riflessivo. Dopo il diploma inizia la sua esperienza lavorativa come grafica pubblicitaria, continuando parallelamente a coltivare la sua passione per le arti figurative. La sua voglia di conoscere il mondo e diverse culture la porta a compiere vari viaggi all’estero. Questi viaggi amplieranno le sue esperienze umane, il suo incontro con un’umanità sofferente, la sua osservazione di paesaggi dai vasti orizzonti, l’attenzione per l’ambiente, la natura e diventeranno spunto ed ispirazione per le sue riflessioni artistico e socio-culturale. Nel 1991 si trasferisce a Torino dove, per continuare a coltivare la sua passione per l’arte, frequenta corsi di scultura del legno, workshop in cartapesta, laboratori di scenografia e inizia la scultura in polistirolo. Coordina gruppi di lavoro artistici. Frequenta il Primo Liceo Artistico di Torino. In seguito, si iscrive all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino conseguendo il diploma in Scultura. In questo ambito trova nuove ispirazioni e sperimenta nuovi linguaggi espressivi con l’utilizzo di diversi materiali e tecniche, tra cui bronzo con la fusione a cera persa. Parallelamente pratica tecniche pittoriche nella Scuola di Pittura, segue i corsi di fotografia, sperimenta varie tecniche di incisione. Continua ad approfondire lo studio dell’arte contemporanea. Non si ferma la sua attività di ricerca che con impegno e dedizione porta avanti partecipando a mostre collettive. I temi di indagine sono uno sguardo disincantato e ironico sulla società contemporanea, sull’esistenza umana e sulla relazione con l’ambiente.

Federica De Leonardo

Gli elaborati esposti in questa mostra fanno parte di un progetto più ampio che intitolato “New generation”. Esso nasce con l’intenzione di raccontare l’approccio degli anziani nei confronti della società contemporanea. Federica De Leonardo intende raccontare il punto di vista degli ottuagenari che si mostrano intenti a compiere azioni quotidiane con la voglia di restare attuali. Il loro sguardo e la loro intenzione è quella di restare aggiornati per sentirsi vivi e integrati in una società che sta andando più veloce dei loro passi. Il tema della vecchiaia per Federica resta un tema potente per la trasmissione dei valori da una generazione all’altra. Ciò che la ispira nella ricerca è la bellezza che non segue i soliti canoni estetici, i suoi anziani, sono personaggi che voglio ritrovarsi nel loro tempo in una società che vogliono continuare a comprendere.

Federica De Leonardo è nata a Torino l’11 gennaio 1990. Diplomata al liceo scientifico, si è laureata al Politecnico di Torino in graphic and virtual design nel 2012. Ha pubblicato numerose illustrazioni e nel 2016 ha vinto il concorso nazionale dedicato ai giovani artisti emergenti IOESPONGOXVIII. Si è specializzata in animazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Torino, dove ha partecipato a numerosi progetti. “La cabina” è il suo film di diploma. Attualmente lavora come freelancer in diversi ambiti (fotografia, animazione, videomaking e illustrazione) esprimendo la sua creatività.

Fannidada

Fannidada pone un interrogativo radicale: “Fin dalla notte dei tempi l’uomo si è servito della tecnologia ponendola al servizio dell’umanità per intraprendere il suo cammino verso il progresso. Cosa potrebbe accadere se l’uomo creasse una macchina in grado di rinnegare se stessa come essere perfetto capace di risolvere ogni problema? Le macchine, prendendo coscienza di sé, potrebbero confessare apertamente le loro debolezze? E, le macchine, se si rifiutassero di cooperare con gli esseri umani potrebbero indurli ad agire senza il loro aiuto? A questo punto, quale sarebbe la vera ragion d’essere delle macchine per l’uomo?”. La ragione per cui viene creata un’immagine deve avere un significato indipendentemente dal contenuto emotivo e / o estetico rappresentato. Fannidada, da diversi anni, focalizzano il loro processo artistico sul tentativo di agire fisicamente sulle immagini digitali per ristabilire quel contatto annullato dalle tecnologie software che tendono ad una standardizzazione semiotica e ad una omologazione dei risultati.

Il percorso artistico del duo artistico Fannidada è in continua evoluzione: iniziato con la fotografia è poi approdato al video e alla video installazione unendo anche alcuni elementi della performance e del teatro. Ultimamente si dedicano allo sviluppo di una tecnica esclusiva e originalissima di elaborazione delle immagini che hanno denominato “Analogiche Metamorfosi”. Momenti di approfondimento importanti sono stati un corso di cinema presso la Scuola Holden di Torino ed il programma formativo del PAV (Parco Arte Vivente) di Torino. Dal 2013 al 2016 hanno curato studio abbiamo curato una serie di incontri/confronti sull’arte, aperti a tutti, dal titolo “Davanti a un fiume in piena” a cui hanno partecipato artisti, curatori, critici, storici dell’arte, architetti, ingegneri, filosofi e poeti, tra cui anche Andrea Chidichimo presente in questa esposizione open air.

Marco Lampis

In questo ciclo di lavori, Marco Lampis indaga e rappresenta i rapporti umani del quotidiano, portando alla luce le contraddizioni e i contrasti della società contemporanea. Attraverso distese acquerellate e orizzonti desertici, evoca luoghi irreali dalle atmosfere fluide, silenziose e solitarie, in cui la presenza dell’uomo diventa quasi fantasmatica e le relazioni interpersonali si affievoliscono fino a liquefarsi. La ‘società liquida’ teorizzata dal noto sociologo Zygmut Bauman, è l’ispirazione da cui Marco inizia creando personaggi dettagliati e iperrealistici al vicino limite della fotografia su pennellate spontanee e incontrollate, dando luce all’emersione di un contrasto netto, quasi di scollamento tra l’uomo e l’ambiente in cui si colloca nell’impianto pittorico. Le profonde riflessioni di Bauman sulla ‘liquidità’ oramai attuale delle relazioni umane fanno emergere attraverso la sapiente mano di Marco Lampis una pittura al tempo campita che avvicina le sensazioni desertiche e al tempo stesso di un certo grado di liquefazione in cui i suoi personaggi annegano in una fissità che sembra apparentemente senza vie di uscita. La sua è un’umanità collettiva colta in situazioni ordinarie che osservati da punti di vista inaspettati trovano soluzioni narrative inattese: in questa fissità assoluta, Marco riesce a tirar fuori un’energia vitale nuova e sorprendente. Rappresentare quest’energia vitale e questa forza invisibile che regola le relazioni sociali è la sfida più grande per me: una ricerca artistica che è dunque un atto sociale di chi è dentro il proprio tempo e cerca di capirne i fenomeni e le complessità.

Marco Lampis, autodidatta, nasce a Pinerolo nel 1970, inizia a esporre le sue opere presso la galleria d’arte contemporanea “En Plein Air”, di Pinerolo (To), in seguito partecipa a diverse mostre collettive, due personali e molti concorsi nazionali, notevole il suo intervento presso la galleria di Patrik Losano tra le sue ultime personali.

Masoudeh Miri

Che significa essere donna? Questo è l’interrogativo che si pone Masoudeh. “Ogni epoca e ogni società ha la sua risposta”, ci racconta l’artista: “… È la risposta a questa domanda che ha plasmato il vissuto delle donne nell’arco della storia. Venendo da un paese dittatoriale e teocratico, Iran, ho dovuto affrontare questa domanda con un peso maggiore. In parte ho cercato di indagare tramite l’arte”.

Masoudeh Miri Nasce nel luglio del 1985 a Zahedan, durante la guerra tra Iran e Iraq. Cresce a Teheran e si diploma al liceo scientifico. Nel 2009 si trasferisce a Torino e consegue la laurea in architettura al Politecnico di Torino, per poi specializzarsi in Interior Design al Politecnico di Milano, senza mai trascurare la pittura, praticata fin dalla tenera età. Le sue opere pittoriche sono in continuo dialogo con la mitologia, l’architettura e la letteratura; guardano con nostalgia ai profumi e ai colori del sud-est dell’Iran. Fin da bambina si è sempre chiesta cosa in realtà significhi essere una donna. Questa domanda è sorta dal conflitto incessante, vissuto sulla propria pelle, tra il cliché imposto dalla società e il modello concessole dallo stile di vita laico adottato dai propri genitori.

Emanuele Pensavalle

Il gesto come origine di tutti i linguaggi in quanto azione nodale che mette in comunicazione mente e corpo, innescando la dinamica creativa; per questo un gesto è in grado di scatenare emozioni e impressiona i nostri sentimenti così come impressiona una pellicola fotografica o un sensore digitale. L’artista come incarnazione di un gesto primario, quello che si genera proprio nella terra di confine tra volontà e istinto, e che contiene in nuce tutti i gesti possibili. Lo scatto fotografico, inevitabilmente devastante, denatura il soggetto privandolo del tempo e trasforma il gesto in un segno definitivo, quale elemento fonetico di un alfabeto ancestrale.

Emanuele Pensavalle si avvicina alla fotografia all’età di dodici anni quando inizia, come occupazione estiva, a fare il “garzone di bottega” presso lo studio fotografico di Aldo Palazzolo, nella sua città di origine, Siracusa. A quattordici anni è già in grado di utilizzare attrezzature professionali, sviluppare pellicole e stampare foto in bianco e nero. La fotografia per alcuni anni è per Emanuele un’attività che gli consente di avere qualche piccola entrata. Successivamente si laurea in ingegneria elettronica all’università di Pisa, sospende l’attività fotografica e inizia la sua carriera di ingegnere al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), per trasferirsi in seguito a Torino presso Thales Alenia Space, dove lavora per 24 anni, prima come progettista, poi come “program manager” in numerosi progetti, legati soprattutto all’esplorazione dello spazio e alla realizzazione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS).  Successivamente, per sei anni, lavora in qualità di Direttore dei Programmi presso Aviospace, al tempo la sussidiaria italiana del gruppo Airbus. Attualmente Emanuele è consulente per aziende aerospaziali europee, per PMI italiane, e per organismi istituzionali di sostegno allo sviluppo tecnologico e all’innovazione delle imprese piemontesi. Nonostante la scelta iniziale di fare l’ingegnere, Emanuele ha mantenuto viva la sua passione per la fotografia e da qualche anno, con una macchina fotografica digitale e non più analogica, ha iniziato a indagare e documentare la vita artistica della sua città di adozione, Torino, collaborando anche come “consulente tecnologico/scientifico” e come fotografo con artisti importanti quali Alessandro Sciaraffa, Corinna Conci, Carlo Gloria, Enzo Bersezio, Emanuela Ascari, Giuliana Laportella, Henoel Grech, Ivan Bert, Julien Cachki,  Maria Claudia Farina, Pierangela Principe, e Sara Ciuffetta. Nell’ambito di HERE2017, la grande mostra di arti visive di Cavallerizza Reale, ha curato la mostra “Gli Stati dell’Arte”, indagine sul rapporto tra arte e scienza (Torino Maggio 2017); È stato relatore presso il Salone del Libro del seminario “VEDERE OLTRE IL CONFINE” (Torino 18 Maggio 2017); Ha esposto alla mostra personale “OPENING PEOPLE” (Torino Maggio 2018); Ha condotto presso il Parco Arte Vivente (PAV) la conferenza “FLUTTUANTE COME IL TEMPO” (Torino 6 Dicembre 2018); Ha condotto presso il Parco Arte Vivente (PAV) la conferenza “SCIAMARE DALLA TERRA” (Torino 6 Ottobre 2019); Ha esposto alla mostra personale “IRREALI” (Torino Ottobre 2021);

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Federica Peyrolo

Con la punta dei polpastrelli, 2023 “Ci sono bordi che disegnano un immaginario, che disegnano la speranza e bordi
che contornano la quotidianità, le abitudini; cercare di sovrapporre queste linee è tutto quello che possiamo fare. Come guardare le stelle e tradurle con storie e immagini famigliari.” Federica ci racconta: “Una sera d’inverno sono andata a vedere una cometa la C/2022 E3(ZTF), mi aspettavo di vedere una stella con la coda, cosi come vuole l’iconografia, ma mi sono trovata con un’occhio puntato verso un nero profondo, denso, con al suo interno qualche puntino luminoso più lontano del solito e nel centro del piccolo campo visivo, un alone. Era lei. Quante volte con la punta del dito capita di indicare il cielo, di mirare le stelle e seguire i disegni che formano le loro apparenti vicinanze. Quante volte la punta del polpastrello serve a capire i contorni, serve a disegnare un confine, a unire o separare. Sono due immagini che nascono dal gioco infinito di unione e separazione che ci succede con gli altri uomini, con gli oggetti, con le stelle. Costellazioni quotidiane, dove il colore e l’immaginario diventano Pop: un cane imprigionato nella sua sagoma che viene spostato a seconda di come vogliamo guardare il nostro cielo”.

Federica Peyrolo nasce a Susa nel 1989. vive e lavora a Gravere, in Val di Susa. La sua attenzione e riflessione si muove tra confronto e legame che vengono declinati nella forma di un dialogo che da un lato coinvolge la persona massimamente espressa dalla sua fisicità, dall’altro ne rispondono gli oggetti della quotidianità, i ricordi, il suono e talvolta gli elementi stessi della natura. Il dialogo, spesso espresso attraverso il video o la performance, è talvolta condensato in opere più tangibili come disegni, collage o installazioni. Continue sovrapposizioni tra la vita quotidiana e la pratica artistica, secondo un movimento ciclico, un loop che ritorna costantemente e che porta a esplorare differenti media. Un perpetuo movimento tra il dentro e il fuori. Tra le principali mostre, residenze e riconoscimenti ricordiamo: Volevo fare la parrucchiera, performance e mostra personale, Casa Capra, Schio (2023); Opera Viva, affissione pubblica, by Flashback fair, Torino (2021); Ma esiste? si esiste, mostra collettiva, Galleria Moitre, Torino (2021); 5to Festival de Videopoesía in collaborazione con Angela Ferrari UNGS, ARG, (2021); Drago, mia nonna, la forza e i coriandoli, mostra personale, Sub Rosa Space, Atene (2019); UNIDEE con Cooking Sections, residenza a Cittadellarte Biella (2019);
This is the Girl, restituzione di residenza A.T.E.N.A, La Chapelle du quartier haut, Sète (2019); Turin Table performance art week, universita di antropologia, Torino (2018); Panorama19 / Panorama 18, mostra collettiva, Le Fresnoy Studio national des arts contemporains, Tourcoing (2016/2017); RESO’ 7 Out- (open studio e residenza) Lugar a Dudas, Cali, COL (2017); Siderare forte Portuense, performance con Lucia Bricco, Fondazione Volu- me, Roma (2015); Gothic Cinèma, mostra collettiva, Musee d’art et d’histoire Château Gontier (2015); Transalp, mostra itinerante e residenza, Cuneo (2015); Nanjing International Art Festival, bronze price, Nanjing, CHINA (2015); Nuit Blanche Paris, FRASQ “Le Genératéur”, Paris (2014).

Mery Rigo

Mery Rigo nasce a Moncalieri in provincia di Torino. Fin da giovanissima inizia a interessarsi parallelamente, sia alla pittura che alla fotografia. Dopo la maturità classica svolge attività di fotografa professionista e successivamente dirige un laboratorio fotografico, realizzando anche fotografia d’arte. Dal 2001 decide di dedicarsi esclusivamente alla pittura pur mantenendo lo sguardo verso la fotografia d’arte. La sperimentazione incrociata sfocia nell’elaborazione del Manifesto dell’Estrattismo, presentato nell’ambito di una personale a Torino nel 2005. Pittrice iperrealista amante dell’esasperazione del particolare verosimilmente anche per via della sua dislessia, parte dal concetto fotografico per sviluppare, con l’esclusivo mezzo pittorico, il suo lavoro sulle tele, ognuna delle quali può vivere come frammento, o come interezza, parte integrante dell’insieme. Attualmente il suo lavoro è incentrato sulla dialettica fotografia-pittura, in una dimensione inedita, che abbandona lo stilema iperrealista dando priorità al porre le due tecniche su un piano di
parità e in dimensione dialettica. Dal 2019, in seguito alla residenza Artistica ai Bocs Art Residenze, a cura di Giacinto Di Pietrantonio, si occupa di arte legata a tematiche ambientali collaborando con scienziati forestali e biologi. Nel 2020 ha partecipato come relatrice alla conferenza Half Earth introducendo una nuova possibile visione per un futuro dell’uomo compatibile con la Natura, il ‘Dendrocene’. Tra i numerosi riconoscimenti: nel 2005 riceve il 1° Premio Targa d’Oro Sezione Pittura nell’ambito del Premio Arte Mondadori e nel 2017 è insignita dal Sindaco di Martigny, Anne-Laure Couchepin Vouilloz, della Medaglia della Città di Martigny. E’ cintura nera secondo dan di Karate Shotokan e laureanda in Beni Culturali. Numerosissime le sue mostre che hanno toccato oltre l’Italia, il Brasile, la Svizzera, la spagna e la Francia.